Esattamente due mesi fa, commentando la nomina per acclamazione di Alfano a Segretario del Pdl, scrivemmo che al di la’ del metodo di tale procedura, del tutto incompatibile con le dinamiche di un partito che voglia dirsi democratico e, per di più, liberale, ciò che appariva evidente di tutta questa frettolosa operazione di immagine era il superficiale velleitarismo che la ispirava, mancando ogni presupposto per una radicale e fondata strategia di rinnovamento che in realtà nessun singolo componente del partito poteva desiderare, pena la perdita immediata della propria piccola o grande rendita di posizione.
Naturalmente, come giustamente accade nell’ambito di un confronto aperto e legittimo di opinioni, fummo per lo più rimproverati di aver voluto esprimere un giudizio a priori senza attendere che il neo-Segretario si mettesse alla prova, e dunque di voler in qualche modo fare un processo anticipato alle intenzioni invece di attendere quantomeno le prime mosse di Alfano, verificandone la consistenza alla prova dei fatti. Era del tutto comprensibile che nella base scontenta e perlopiù marginalizzata del Pdl, soprattutto a livello locale, si nutrissero delle aspettative verso la prima iniziativa di apparente cambiamento dello status quo apparso fino a quel momento inattaccabile, ma era altrettanto facile, per chi analizza i fatti standone al di fuori, cogliere tutti i segni di una manovrina di piccolo, anzi, piccolissimo cabotaggio politico, volta solo ad arginare il mal di pancia dei propri sostenitori dopo la batosta elettorale delle amministrative, grave non solo per la sconfitta subita ma ancora di più per il modo in cui era maturata, evidenziando tutti i limiti di una coalizione spaccata, confusa, incapace di leggere il bisogno di cambiamento, e guidata da un leader che a Milano si era incaponito in una vera prova suicida, incentrando la consultazione su un sondaggio personale clamorosamente fallito.
E di tante facili parole spese gratuitamente, ciò che maggiormente ci rendeva del tutto scettici sulla effettiva bontà dell’operazione Alfano era la improvvisa inversione di opinione riguardo alle primarie, strumento democratico avversato e demonizzato fino all’offesa personale dal centrodestra e dalla stampa che lo sostiene, e di colpo trasformato, nel giro di una dolorosa notte elettorale, nell’unico sistema sostenibile di selezione ed elezione di una nuova classe dirigente credibile e non cooptata.
Avendo combattuto per anni a favore di questa soluzione, non potevamo credere neanche per amore del nostro paese divorato dal cancro della partitocrazia in un tale improvviso risveglio di coscienza, ancor prima che di onesta’ intellettuale, da parte di chi aveva invece combattuto – purtroppo con successo – la battaglia opposta, quella della conservazione ad oltranza fondata anche su una legge elettorale illiberale che ci ha privati del fondamentale esercizio della sovranità popolare. Ed il tempo, come sempre, ci ha dato ragione; non già perché siamo più intelligenti degli altri, ma solo perché abbiamo abbandonato da molto tempo lo stanco esercizio dell’illusione a favore di quello molto più realistico dell’analisi dei fatti, del qui ed ora, valutato prima di tutto secondo il grado di credibilità di un progetto e di chi se ne fa promotore, indipendentemente dalla parte politica cui appartiene.
Le dichiarazioni rilasciate sabato da Alfano, a due mesi precisi da quel discorso di investitura pronunciato al Congresso del Pdl e del tutto rimosso subito dopo, non lasciano infatti spazio a dubbi, ne’ permettono di richiedere ulteriori sospensioni di giudizio riguardo un work in progress che, di fatto, non ha mai neanche preso l’avvio. Nelle parole di Alfano, che riconferma la leadership di Berlusconi in vista delle prossime elezioni politiche, escludendo a priori la possibilità di una consultazione tramite le primarie fra gli iscritti al partito, ma ancora di più nelle ragioni da lui addotte per giustificare questa assiomatica posizione, si riassumono tutti i nodi di un sistema bloccato, di una situazione insanabile, di un peccato originale inemendabile, che non riguarda purtroppo il solo Pdl ma che investe pienamente, e drammaticamente, tutti noi.
Riconoscendo come inevitabile ed immutabile la natura esclusivamente leaderistica del Pdl, incentrata su Berlusconi come unico asse della coalizione con la Lega e contemporaneamente come unico collante delle correnti personali interne al partito, ed escludendo dunque la possibilità di una consultazione alle primarie per la scelta del candidato premier, Alfano non firma solo la propria sconfitta, non sottolinea soltanto la propria sostanziale inutilità, ma di fatto ribadisce la fragilità somma di una coalizione di governo tenuta in piedi solo dal potere, peraltro declinante fino all’agonia, di un uomo la cui fine pare destinata a legarsi tragicamente a quella del nostro paese.
E la paritetica fragilità di una opposizione privata dell’unico apparente valore che e’ riuscita
ad opporre a Berlusconi in questi anni, ossia quella presunta superiorità morale oggi fatta a pezzi dalle inchieste della magistratura, non può che aggravare uno stato di cose veramente e molto pericolosamente vicino al tracollo finale.
Intanto a Cernobbio si disegnavano possibili alternative; nella sconfitta totale della politica – di questa politica insana e perniciosa – avanzano le lobbies: colmeranno un vuoto di potere, ma non cureranno il male, questo e’ certo.
ChiBo

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