
Le decisioni annunciate nella lettera inviata dal governo alla Commissione europea e il dibattito in corso sulle pensioni, oltre a confermare il clamoroso fallimento del centro-destra, sta purtroppo evidenziando anche la debolezza culturale e politica dell’opposizione.
Un’opposizione, all’interno della quale, da Casini a Vendola, da Bersani a Di Pietro, tutti appaiono eccessivamente condizionati dalla pericolosa abitudine al gioco di rimessa.
Emerge, così, la carenza di una ipotesi riformista, capace di tenere assieme lavoro, pensioni e stato sociale.
Il confronto, ammesso che così si possa definire, rischia di focalizzarsi, infatti, sul come tagliare la spesa pensionistica, su come cancellare le pensioni di anzianità e sull’esigenza di fissare limiti sempre più alti per le pensioni di vecchiaia.
Forze politiche e forze sindacali si stanno facendo mettere in croce da chi chiede, ad ogni piè sospinto, nuove leggi e nuove riforme, perché in Italia l’età per la pensione sarebbe troppo bassa.
Non si può sottacere il fatto che molti di coloro che accusano sinistra e sindacato di immobilismo e conservatorismo sembrano ignorare che, con le leggi in vigore, volute dal centro-destra, l’età della pensione nel nostro Paese sarà la più alta d’Europa e che quello delle pensioni di anzianità è purtroppo un diritto ormai in via di esaurimento.
Va anche detto che l’abolizione delle pensioni di anzianità frutterebbe ristorni modesti e guasti sociali inversamente proporzionali.
In materia pensionistica, ogni qualvolta si protesti per scelte che colpiscono i diritti dei lavoratori, in particolare delle donne, o si metta in luce la prospettiva di pensioni di fame per i giovani, si viene accusati di non tenere conto dell’allungamento della vita, tantomeno delle proiezioni elaborate dall’Inps che ci annunciano che passati i prossimi cinquant’anni per i giovani l’avvenire sarà sicuramente radioso.
“Aspettativa di vita” è il punto di riferimento per tutti coloro che puntano sul massacro dei diritti di cittadinanza. Che le aspettative di vita siano aumentate e che di ciò si debba tenere conto concordano in molti tra le forze politiche e il sindacato. Questo appare normale anche dal nostro punto di vista, ma il guaio emerge quando si affronta il problema dei rimedi.
Per il centro-destra, il richiamo alle aspettative di vita e la sua enfatizzazione serve solo a legittimare due obiettivi niente affatto nascosti: tagliare la spesa previdenziale per fare cassa; indicare, ancora una volta, la spesa previdenziale e quella sociale come palla al piede per la crescita e lo sviluppo.
In generale, l’opposizione e le forze sindacali hanno reagito in ordine sparso e, fino ad ora, in modo non sempre convincente.
Si è formata una sorta di “scuola di pensiero”, condizionata dal presupposto che, per meritarsi la patente di innovatori anche in campo previdenziale, occorra schierarsi con tutti gli urlatori scagliati contro i privilegi. Si scopre, però, che spesso si definiscono privilegi i diritti degli altri.
Che senso ha continuare a parlare oggi di pensioni-baby nel pubblico impiego, quando l’intera categoria, come dimostra la posizione delle donne in particolare, ha perduto qualunque specificità in materia pensionistica e viene obiettivamente massacrata, quanto a salario e condizioni di lavoro?
Perché non chiedersi, come dovrebbe fare ogni onesto riformista, se non si stia correndo il rischio di trasformare uno straordinario risultato di progresso, com’è l’inversione delle tendenze demografiche e il fatto che si viva più a lungo, in una vera e propria via crucis per milioni di cittadini, già oggi impauriti dal futuro?
La paura nasce in chi vede il proprio reddito da pensione diventare sempre più debole, a causa dell’aumento di tasse e prezzi, e i risparmi consumarsi per aiutare figli e nipoti; per non parlare di quanto sia oggi difficile curarsi e usufruire di servizi adeguati
“Vivere più a lungo è bello”, a condizione che la qualità della vita (reddito e non solo) non peggiori drammaticamente; in questo caso, diventa solo uno slogan, come lo è di fatto l’enfatizzazione dei meriti passati degli anziani di oggi, che viene tirata fuori ogni qualvolta si pensa di prenderli a legnate.
Dovremmo chiederci, anche con una forte carica autocritica, come mai nell’opporci alle scelte del governo si faccia fatica ad uscire dall’angolo, così come dovremmo essere capaci di chiarire che il nostro no all’abolizione delle pensioni di anzianità non ha le stesse motivazioni della Lega, poiché riteniamo, a differenza di Bossi, socialmente gravissimo anche un allungamento spropositato dell’età per la pensione di vecchiaia.
Appare urgente cambiare le carte in tavola per poter uscire dall’angolo, rimettendo così la palla al centro. Personalmente, troverei molto più convincente se partiti di opposizione e sindacati non si limitassero all’atteggiamento puramente difensivo dell’“abbiamo già dato” e mettessero, invece, in campo una proposta complessiva di riforma dello stato sociale.
Per la parte previdenziale, considerato che una valutazione che apprezzi soltanto i contributi versati e l’aspettativa di vita, prepara nel tempo risultati davvero catastrofici per una parte di lavoratori, sembra necessario mettere sul tavolo anche le attese di occupazione e la valutazione del carico usurante di ogni prestazione lavorativa.
Non è accettabile l’idea di imporre a tutti la pensione non prima dei 67 anni, sapendo che molti lavoratori, una volta vicini ai 60 anni, non avranno più occasioni di lavoro.
Bisogna, inoltre, valutare anche quanti perderebbero il lavoro a causa delle cure proposte da Sacconi, visto che tra le ragioni economiche per il licenziamento vi sarebbero sicuramente anche quelle del costo minore di chi entra ex novo e una minore reattività rispetto alle innovazioni per chi ha già una certa età.
Se anche persone molto sensate come Casini, Morando, Ichino, Renzi e tanti altri cercassero di immedesimarsi nelle condizioni di un siderurgico, di un vigile del fuoco o di un tecnico di laboratorio, si renderebbero conto che le condizioni dei lavoratori e la situazione esistente negli ambienti di lavoro non si possono affrontare con disinvoltura, guardando solo alla cassa, correndo il rischio di trasformarsi da dirigenti in ragionieri.
La civiltà di un Paese non è misurabile facendo riferimento solo al Pil e al bilancio dello Stato; la coesione sociale è condizione indispensabile per uscire dal pantano: questo sembra sfuggire ai tanti liberisti post-moderni.
Il rischio da evitare è rimanere immobili a contemplare il nulla degli slogan sugli ammortizzatori sociali, così come vengono usati nel confronto quotidiano. Discutiamo, invece, della finalità degli ammortizzatori sociali, non solo per chi perde momentaneamente il lavoro, ma anche per chi il lavoro non lo ha proprio o rischia di perderlo stabilmente ad una certa età. Dobbiamo valutare con chiarezza le misure di sostegno all’occupazione giovanile, fare uno sforzo per uscire dal generico e superare la tentazione di esaurire il nostro ruolo facendo le pulci alle proposte degli altri.
Occorre riscoprire il valore del confronto, della ricerca e della proposta, come risultato di una rivalutazione dell’impegno collegiale.
In questo periodo, che vede il grande successo dell’effimero (mi riferisco anche ai discorsi sui futuri leader, sia quelli proposti che quelli auto promossi), la ricerca di soluzioni concrete deve prevalere sulla tentazione di mettere in fila frasi a effetto e slogan accattivanti.
Parlare di pensioni e di sistema previdenziale significa immaginare la società del futuro: questo evita, di fronte alla gravità della crisi, di cadere nel tranello di considerare arcaica la distinzione tra le soluzioni di destra e di sinistra, proprio mentre pare ormai sufficientemente chiaro che l’Europa e l’Italia, per superare la crisi economica e sociale, hanno bisogno di una forte dose di riformismo.

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