Un film assolutamente da vedere con la consapevolezza di assistere semplicemente ad un capolavoro.
Sineddoche – la parte per il tutto, ma anche il tutto per la parte, un titolo apparentemente strano per un film senza dubbio difficile, film sulla crisi di un regista teatrale, sulla vita e l’arte, la vita e la morte, il successo e il fallimento, il successo e la catastrofe, la malattia, la certezza della morte e l’incapacità ad accettare questa certezza. Notevole nel finale il sermone /monologo del pastore sulla vita e la morte .
Film che vuole anche essere la dimostrazione che quello che passa sullo schermo può essere anche quello che passa nella vita , ma se non succede nella realtà, niente di male, in fondo si tratta di un film.
Arriva finalmente sui nostri schermi, grazie a Bim distribuzione e all’interpretazione magistrale di Philip Seymour Hoffman, scomparso di recente per overdose, un film “bello e dannato” presentato a Cannes ben sei anni fa.
Bello e difficile per i tanti piani di lettura, “dannato” perché, dato lo scarso successo (è il classico film che si ama appassionatamente o si odia con tutte le forze) al botteghino ha determinato la fine, speriamo temporanea,della carriera di regista di Charlie Kaufman. Sceneggiatore di successo da “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”, malamente tradotto in italiano “ Se mi lasci ti cancello” a “Essere John Malkovich” a “Il ladro di orchidee” con “Synedoche – New York” passa per la prima volta dietro la macchina da presa dirigendo una sua sceneggiatura.
Caden Cotard e Adele non sono più una coppia: Adele è un’artista che insegue e ottiene il successo trasferendosi a Berlino con la figlioletta Olive e l’amica Maria, che farà di tutto per allontanare Olivia dal padre, Caden è un regista teatrale in crisi , dovrebbe allestire una pièce alla periferia di New York, ma lavorare per un pubblico di vecchi non lo esalta. Ė circondato da donne con le quali non sa creare un rapporto duraturo e dalle quali non si sa staccare definitivamente ma è sempre più solo e soprattutto malato e terrorizzato dall’idea della morte che teme arrivi troppo presto, prima che possa lasciare al mondo un suo capolavoro, un’opera vera e straziante come lo è la vita.
E c’è Pirandello con il suo tema della maschera, del doppio, del travestimento, mentre l’harem delle donne che circondano Caden ricorda tanto Fellini.
Ed ecco l’idea: con i soldi di un premio affitta un enorme magazzino e lì riunisce un gruppo di attori per far recitare loro la “banalità” della vita, finché il difficile rapporto tra “realtà” e finzione teatrale deraglia in simbiosi con la realtà esistenziale di Caden.
A proposito dell’interpretazione di Hoffman, che nel film è Caden/Kaufman, il regista ha affermato: “vive nella realtà quello che vedete succedere al suo personaggio sullo schermo … questo è il suo modo di lavorare e di rappresentare un personaggio che incontra tutta una serie di difficoltà”.
Film bello e dannato dicevamo, film che va visto più volte per cogliere tutti dettagli che sfuggono ad una prima visione e Kauffman afferma che la gran massa di dettagli è intenzionale proprio perché “lo spettatore vedendo il film la seconda volta lo trovi diverso e non ripetitivo”.
Un film assolutamente da vedere avendo la consapevolezza che le due ore in sala ci permetteranno di assistere ad un vero capolavoro.

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