
In occasione della visita ufficiale a Beirut del ministro degli Esteri siriano, Asaad al-Shaibani, Libano e Siria hanno firmato uno storico accordo di “rispetto reciproco e non ingerenza” negli affari interni. L’intesa, siglata durante l’incontro con il primo ministro libanese Nawaf Salam, punta a stabilizzare i rapporti di vicinato dopo anni di forti tensioni e sconfinamenti legati ai rispettivi assetti politici e di sicurezza.
Tuttavia, il quadro regionale resta fortemente volatile: quasi in contemporanea con la firma, le forze armate di Israele hanno condotto nuovi bombardamenti in territorio libanese, mantenendo altissima la pressione militare sul Paese del Cedro.
I delicati equilibri del Medio Oriente si muovono oggi lungo un doppio binario fatto di storici accordi diplomatici, minacce belliche persistenti e transizioni di potere ad altissima tensione.
Mentre sul fronte siro-libanese si registra un’inattesa intesa bilaterale, i cieli del Libano continuano a essere teatro di raid israeliani. Parallelamente, le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump e i preparativi blindati per i funerali dell’ayatollah Ali Khamenei a Teheran delineano i contorni di una regione ancora profondamente instabile.
Sul fronte internazionale, il presidente USA Donald Trump è tornato a commentare gli sviluppi geopolitici legati ai mercati energetici dopo i recenti progressi nei colloqui indiretti di Doha tra Washington e Teheran. Con il consueto stile informale, Trump ha rivendicato l’efficacia della propria strategia dichiarando: “I prezzi della benzina scenderanno come prima della gita in Iran”.
Il tycoon ha definito la recente campagna militare e diplomatica un “grande successo”, assicurando che i costi del carburante alla pompa per i cittadini americani torneranno rapidamente ai minimi storici registrati prima del conflitto. I mercati hanno parzialmente recepito l’ottimismo, con il prezzo del greggio Brent sceso sotto i 71 dollari al barile.
Nel frattempo, l’Iran si ferma per l’ultimo saluto alla defunta Guida Suprema. Sabato inizieranno a Teheran i solenni funerali di Stato di Ali Khamenei, che si articoleranno in un imponente rito di sei giorni attraverso diverse città del Paese. L’evento rappresenta una colossale sfida per l’apparato di sicurezza della Repubblica Islamica, nel timore di possibili attentati o disordini di piazza.
La notizia politicamente più rilevante riguarda però la successione: il figlio e nuovo leader designato, Mojtaba Khamenei, non parteciperà alle esequie del padre per motivi di sicurezza. Mojtaba, 56 anni, salito al vertice del regime in una fase di profonda riorganizzazione interna in senso nazionalista e militare, non è ancora mai apparso in pubblico dalla sua nomina e manterrà il più stretto riserbo per evitare di diventare il bersaglio di raid mirati.
E intanto Teheran si prepara alla messinscena dei funerali di Stato per un vecchio tiranno che non c’è più. Ma il potere, quel potere feroce e teocratico, ha già un nuovo volto. Mojtaba, il figlio, il successore che si nasconde per paura di morire prima ancora di aver governato. Non parteciperà al funerale del padre per “motivi di sicurezza”. Che ironia suprema. Gli eredi del terrore che tremano nelle loro fortezze blindate, terrorizzati da quel medesimo destino di violenza che per decenni hanno inflitto ai propri popoli e al mondo intero. Non c’è pace in questa terra senza pace, c’è solo il perpetuarsi di un’illusione.
Giuseppe Basilico

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