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Tra svolta autoritaria e trombonismo sono costretto a scegliere la svolta autoritaria. Sperando non produca tromboni

Così alla fine vado a simpatia. La gran parte dei giuristi intelligenti che conosco (anche se non tutti) è per il sì, e io in materie come questa delego volentieri le mie opinioni agli esperti di cui mi fido.

di Claudio Giunta | 23 Ottobre 2016

Alla fine voto sì, ma per ragioni davvero evanescenti, che non penso convincerebbero, a parte me, nessuno. In sostanza vado a simpatia, come fanno i cattivi insegnanti. A fine luglio avevo accumulato sulla scrivania un certo numero di libri e di saggi, ‘per documentarmi’, poi agosto è scivolato via in tutt’altre faccende, senza quasi che me ne accorgessi, e senza che il buon proposito diventasse qualcosa di più di un buon proposito. Ho solo letto tutto l’ultimo numero della rivista «Il Mulino», che ospita interventi pro e contro, e un po’ di altre cose sparse, su riviste e giornali: abbastanza per capire, direi, che l’opzione per il sì e l’opzione per il no sono entrambe ragionevoli, e che sono ragionevoli anche le obiezioni che i sostenitori del sì e del no si muovono a vicenda. Le ragioni del sì mi paiono migliori (il superamento del bicameralismo perfetto, la revoca di un buon numero di competenze alle regioni, la riduzione del numero dei parlamentari), ma dato che non sono un esperto in materia, e ho speso il mio agosto facendo altro, non saprei andare molto oltre questo: un’impressione.

Così alla fine vado a simpatia. La gran parte dei giuristi intelligenti che conosco (anche se non tutti) è per il sì, e io in materie come questa delego volentieri le mie opinioni agli esperti di cui mi fido. È una posizione solo un po’ più raffinata di quella espressa da Beppe Grillo quest’estate: «Voi dovete decidere con l’istinto primordiale che avete ancora. Guardate le facce di chi vi dice votate sì. Guardate le facce! E tutta gente che non si deve neanche avvicinare alla Costituzione». L’unica differenza è che io non mi fido dell’istinto primordiale, che anni di scuola hanno finito per spegnere; e che mi sento un po’ più a mio agio in mezzo alle facce del sì (non tutte!) che in mezzo alle facce del no.

Perché a decidermi, in realtà, è stato soprattutto il tenore delle argomentazioni a favore del no, anzi neppure il tenore delle argomentazioni, qualcosa di più immateriale: il modo di porsi nel dibattito, il tono della voce, l’atteggiamento, la prossemica. Trovo infatti che il problema più grave dell’Italia – più grave del debito pubblico, della mafia, dell’immigrazione – sia la retorica, cioè quel sentimento di narcisistica indulgenza nei confronti di se stessi che porta molti italiani, specie tra gli intellettuali, a immaginarsi come soldati del Bene nella battaglia contro il Male, e a trasformare perciò ogni faccenda pratica, amministrativa, in una questione di principio dalle infinite, gravissime implicazioni. Nella self-righteousness di molti fautori del no – i paladini della democrazia in pericolo, i vendicatori dei Padri Costituenti – mi è parso di ritrovare questo atteggiamento, che mi fa orrore: orrore. Tra la svolta autoritaria e il trombonismo sono così costretto a scegliere la svolta autoritaria. Sperando che non produca tromboni, come l’altra volta.

Claudio Giunta  

(pubblicato su Il Foglio)

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, battaglia, beppe grillo, comitato Si, debito pubblico, democrazia, giornali, Movimento Cinque Stelle, rivista Il Mulino, scuola, soldati

Info Claudio Giunta

Claudio Giunta (Torino, 1971) insegna Letteratura italiana all’Università di Trento, ed è uno specialista di letteratura medievale (La poesia italiana nell’età di Dante, Il Mulino 1998; Due saggi sulla tenzone, Antenore 2002; Versi a un destinatario, Il Mulino 2002; Codici. Saggi sulla poesia del Medioevo, Il Mulino 2005). Nel corso dell’ultimo decennio è stato visiting professor, tra l’altro, nelle università di Chicago, Tokyo (Todai), Sydney, Rabat, e ha insegnato come volontario alla Asian University for Women di Chittagong, nel sud del Bangladesh. È stato fellow dell’American Academy di Roma, dello Harvard Center for Renaissance Studies di Firenze e del Warburg Institute di Londra. Ha insegnato Didattica della letteratura nei corsi del TFA e del PAS organizzati all’Università di Trento; e insieme ad altri insegnanti del Trentino ha curato un seminario dal titolo Cosa insegnare a scuola. I suoi ultimi libri sono: un saggio sul mercato dell’arte e la retorica connessa (Come si diventa ‘Michelangelo’, Donzelli 2011); un commento alle Rime di Dante (Meridiani Mondadori 2011); una raccolta di saggi sull’Italia (Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo, Il Mulino 2013); un reportage sull’Islanda (Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda, Quodlibet-Humboldt 2014), un libretto su Matteo Renzi (Essere #matteorenzi, Il Mulino 2015), un romanzo noir (Mar Bianco, Mondadori 2015), un manuale-antologia di letteratura per il triennio delle scuole superiori (Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura, 4 volumi, Garzanti Scuola 2016). Collabora regolarmente al «Sole 24 ore» e a «Internazionale». Condirige la «Nuova rivista di letteratura italiana».

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