
Il sionismo nasce con una domanda semplice: perché tutti i popoli hanno diritto a una patria e gli ebrei no?
Theodor Herzl a Vienna non inventa un’ideologia aggressiva: fotografa una necessità. Dopo Auschwitz, il “sogno” diventa necessità .
1947: l’ONU propone due Stati. Gli ebrei dicono sì, i leader arabi dicono no. 1948: Israele nasce, cinque eserciti lo attaccano, non lo cancellano. Da lì in poi, ogni vittoria israeliana è marchiata “colpa”, ogni sconfitta palestinese “prova del complotto”. La storia non è un film di Sergio Leone : è la cronaca di opportunità prese da una parte e gettate dall’altra.
- Israele, stretto all’angolo, vince in sei giorni e prende Gaza, Cisgiordania, Sinai e Golan. Parola chiave: occupazione. Ma quei territori non erano uno Stato palestinese: Gaza era egiziana, la Cisgiordania giordana. Era l’istante per trasformare la sconfitta in negoziato serio. Non accade.
1970, Settembre Nero. Non c’è Israele: c’è Amman che spazza via l’OLP. Migliaia di palestinesi uccisi, Arafat espulso. 1972, Monaco. Undici atleti israeliani sterminati alle Olimpiadi. Il mondo guarda la causa palestinese e vede esplosivo e ostaggi, non uno Stato in costruzione. 1973, Kippur. Israele vacilla, poi si rialza. L’Egitto impara: pace, Sinai indietro. I palestinesi, di nuovo, nulla in mano.
1982, Sabra e Shatila. Le Falangi cristiane libanesi entrano nei campi e massacrano civili palestinesi e sciiti. Israele controlla l’area, non ferma: responsabilità “indiretta”, dice la Commissione Kahan; diretta per i morti.
1985–88, War of the Camps. La milizia sciita Amal, con sponda siriana, assedia e affama i campi palestinesi: migliaia di vittime. Qui non c’è lo “Stato sionista”: ci sono arabi che massacrano palestinesi. Capitolo rimosso perché manda in frantumi la fiaba del buono unico e del cattivo unico.
1987, Hamas. Carta del 1988: Palestina come waqf “fino al Giorno del Giudizio”, soluzione “solo mediante jihad”. Non è un documento teologico: è l’atto costitutivo di un no permanente. Seguono autobus esplosi, hotel sventrati, famiglie colpite a caso; la politica si arrende alla strategia della morte esibita.
Arafat, Oslo e la corruzione: l’occasione bruciata dall’interno. Si firma, ci si stringe la mano, si promette Stato e sicurezza. Ma la neonata Autorità Palestinese nasce come un piccolo Stato-rendita: donatori internazionali a fiumi, apparati di sicurezza duplicati per comprare lealtà, stipendi clientelari, permessi, licenze e dogane trasformati in rendite personali, una corte di fedelissimi che congela il dissenso e, quando serve, lo arma. Arafat parla la doppia lingua: rassicurazioni ai tavoli, ambiguità nelle strade. Il risultato? Fiducia zero. Quando i compromessi si avvicinano, esplode la seconda Intifada: kamikaze, attentati quotidiani, Israele che si blinda, l’opinione pubblica israeliana che scivola verso il “mai più rischi”. Oslo implosa non solo per i check-point, ma per corruzione, doppiezza e violenza che hanno divorato dall’interno la promessa di Stato.
2005, ritiro da Gaza. Israele smonta gli insediamenti e se ne va. Era un test: “vediamo se governano”. 2006, Hamas vince le elezioni; 2007, guerra intestina con Fatah, espulsione a bastonate dei rivali dai tetti, Gaza presa con la forza. Risultato: un mini Stato-caserma GAZAKISTAN che spara razzi e scava tunnel, mentre i fondi umanitari diventano cemento armato e stipendi di milizia. Un altro sì trasformato in un no fragoroso.
7 ottobre 2023. Fine delle metafore. Squadre d’assalto attraversano la barriera, assaltano kibbutz e strade, massacrano civili, rapiscono anziani, donne e bambini, devastano un festival musicale a Re’im. Non “resistenza” contro un posto di blocco: strage pianificata. Quella mattina brucia mezzo secolo di retorica. Chi dice “liberazione” davanti a corpi legati e case incendiate, ha già scelto: non lo Stato palestinese, ma la guerra infinita. Il seguito lo conosciamo: una campagna militare che devasta Gaza, migliaia di morti, città sbriciolate, ostaggi usati come scudi, il mondo che urla “cessate il fuoco” ma evita la domanda vera: chi ha portato i palestinesi in questo vicolo cieco?
Qui la risposta è scomoda: Hamas li ha trascinati, ma Arafat ha apparecchiato il tavolo. La corruzione ha svuotato le istituzioni, la doppiezza ha ucciso la fiducia, il terrorismo ha schiacciato la politica. Ogni volta che la storia apriva una porta – 1947, Camp David, Oslo, ritiro da Gaza, persino proposte avanzate negli anni successivi – la leadership palestinese ha scelto il muro. Ogni “no” ha costruito un altare e domandato una nuova processione di lutti.
La tesi non è comoda e non assolve Israele da errori, colpi fuori misura, colonie predatorie, scelte miopi. Ma chi finge che la tragedia palestinese sia solo prodotto dell’occupazione, mente a sé stesso. Sabra e Shatila dicono che puoi morire palestinese senza che ci sia un israeliano in vista. La War of the Camps dice che puoi morire per fame e mortaio per mano “fraterna”. Oslo dice che puoi perdere la pace a causa tua. Il 7 ottobre dice che, se trasformi la causa nazionale in culto della morte, non otterrai mai lo Stato: otterrai solo un’altra guerra.
Questo è il sussidiario non illustrato:
il sionismo come risposta alla sopravvivenza, non un capriccio;
il catalogo dei no palestinesi, più lungo delle liste dei martiri;
Arafat che ha perso il treno della statualità consegnandolo alla clientela e alla violenza;
Hamas che ha bruciato ogni ultimo ponte il 7/10.
Provocazione finale: se nel 1947 avessero detto sì, oggi parleremmo di confini noiosi e dogane lente, non di stragi e rovine. Se nel 2000 avessero accettato di chiudere il cerchio, oggi ci sarebbe una capitale condivisa da litigare al tavolo, non da spaccare con le granate. Se nel 2005–2007 avessero scelto lo Stato invece della caserma, Gaza sarebbe una città di investimenti, non un deposito di macerie.
La politica è l’arte del sì imperfetto. La storia palestinese, finora, è stata la liturgia del no perfetto. Finché resterà così, ogni marcia, ogni appello si schianterà contro la stessa, spietata realtà: senza una leadership onesta e disposta a firmare, non c’è Palestina che nasca. E il 7 ottobre resterà il simbolo dell’ennesima occasione trasformata in una tomba.
Nico Kir

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