
Non ti piacciono gli ebrei. Ok.
Ma invece di dirlo, ti inventi una narrazione per giustificare quello che sei.
Pensa: a me stanno sul cazzo i levrieri e gli orologi da 30.000 euro. Ma non mi invento un racconto morale per sembrare migliore. Lo dico e basta.
Ripetilo con me, dai: “sono antisemita”.
Il mondo è pieno di razzisti, uno in più o uno in meno non farà la differenza. Solo che tu hai bisogno di sentirti buono. E allora l’odio lo travesti da giustizia. Ed è lì che fai più schifo.
Lo chiami antisionismo, perché suona elegante. Ma è sempre la stessa storia: l’odio riciclato come coscienza civile.
I media ci sguazzano, perché l’algoritmo premia ciò che divide. Risultato? Gli ebrei sono diventati indigesti. Non ne conosci uno, non sai cosa gli passa per la testa… ma ti stanno comunque sullo stomaco.
Non vedevi l’ora: basta con Schindler’s List e La vita è bella. Troppo scomodi, troppo impegnativi. Ti costringono a riflettere sulle responsabilità del tuo Paese, dei tuoi nonni, delle tue idee.
Molto più facile dire: “gli ebrei hanno rotto il cazzo.” Molto più facile convincersi che la programmazione di tv e piattaforme sia un complotto globale, invece di farti una domanda scomoda. Il complotto, maledetti loro. Non io che devo sentirmi in colpa.
Ed eccoci: duemila anni di storia e ancora non sai distinguere tra religione, nazionalità e identità. E ti senti pure autorizzato a chiederci che cosa pensiamo dei bambini palestinesi. Peccato che il giorno dopo il 7 ottobre non ti sia venuto in mente di farmi una telefonata per sapere se avevo parenti rapiti o trucidati.
Domandi: “Cosa pensi di Gaza?”
Ma a chi parli? Ai cittadini italiani che immaginate quinta colonna? Ai figli dei partigiani? Ai nipoti delle medaglie d’oro della Grande Guerra? Ai discendenti degli eroi del Risorgimento?
Non sai nemmeno il sangue che abbiamo versato per questo Paese. Da protagonisti e da vittime. Ma è lo stesso: per te l’ebreo è sempre “l’altro”. Sempre l’intruso.
E allora il salto verso gli slogan è un attimo.
“Colonizzatori”. “Genocidio”. “Apartheid”.
Accuse ribaltate. Sempre le stesse: colonialismo, sterminio, segregazione.
Sono le angherie che abbiamo subito noi, ora rigirate addosso. Una minoranza stracciona governata da potenze straniere, ammassata nei ghetti, vittima della più grande macchina di sterminio della storia.
E oggi? Per magia diventiamo carnefici.
La storia capovolta come un calzino.
Perché qualcuno da qualche parte sta aggiornando i Protocolli di Sion con le slide di PowerPoint.
E finalmente ti senti libero: i cattivi sono loro.
Che liberazione. Non devi più pensarlo di nascosto, puoi gridarlo. Sui social, nelle aule comunali, nelle università: “gli ebrei hanno rotto il cazzo.”
E se non sei lì a tirar pietre, ti godi lo spettacolo compiaciuto. “Ben gli sta, troppo ricchi, troppo intelligenti, troppo fighi.”
Saldatura perfetta.
Grazie a Smotrich e Ben Gvir poi vi sentite pure giustificati. Non siete più antisemiti: siete “critici di Israele”. Due così vi hanno regalato il miglior alibi della storia.
Intanto vi bevete tutto.
I numeri gonfiati del Ministero della Salute di Gaza. Le breaking news dei media che sembrano previsioni del tempo: Lunedì: 1.200 morti. Martedì: carestia biblica. Mercoledì: 500 bambini martiri.
Senza spazio per le smentite, relegate in trafiletti a pagina 22.
“I millemila giornalisti assassinati”? Erano terroristi con la GoPro. Le ONG che starnazzano? Facevano affari con Hamas, e sotto avevano chilometri di tunnel. Le fosse comuni palestinesi? Erano cimiteri.
Ma tu non vedi nulla.
Hai già pianto, twittato, urlato.
La bugia corre in Ferrari, la verità in Panda.
E sai perché non credo alla tua buona fede?
Perché non ti ho sentito indignato per i neonati strangolati a mani nude.
Per le ragazze violentate fino a spezzarle.
Per i ragazzi trascinati a Gaza e costretti a scavarsi la fossa in diretta video.
Silenzio.
Maledetti voi, che la chiamate resistenza e pensate che “Dal fiume al mare” sia lo slogan di un villaggio vacanze.
E già ti vedo pronto a sbottare: “Vuoi dire che i bambini a Gaza non muoiono?”
Ma certo che muoiono! C’è una cazzo di guerra!
Ma dimmi tu quale sia l’equivalenza morale tra chi uccide con gioia davanti alle telecamere e chi combatte per riportare a casa i propri figli rapiti, quando non fatti a pezzi. Col cazzo che c’è equivalenza!
Vuoi odiarmi perché mi difendo? Fallo pure.
Vuoi odiarmi perché non mi esprimo sulla guerra a Gaza? Fallo!
Ma non vendermi il tuo odio travestito da solidarietà coi palestinesi.
Ti sto sul cazzo? Allora dillo, che sei antisemita. Ma non chiamarla giustizia.
E non ti nascondere dietro Gaza.
Come sta scritto su un muro di Roma:
“Basta Feisbuk. Menàmose.”
Alex Zarfati

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