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SULL’ORLO DEL BURRONE

C’è una spudoratezza che, oltre a risultare insopportabile, è destinata a pesare come modello culturale negli anni a venire. A lasciare un retaggio, un’impronta mefitica, malsana. Di Paolo Marini

di Paolo Marini | 25 Settembre 2011

Umberto Bossi, dinanzi al fallimento politico della Lega (da noi largamente preannunciato), ha rispolverato la secessione. Distogliendo così l’attenzione del suo popolo e dandogli un motivo per gridare di nuovo, per sfogare ancora la frustrazione, quella che in realtà, presto o tardi, si volgerà dritta a lui e alla sua cricca.
Mentre il giovane e fedele Alfano serrava il recinto del Popolo della Libertà e rassicurava l’opinione pubblica che non ci sarebbe stato bisogno di nuove manovre, mentre cioè esercitava la funzione principale del politico che (almeno qui) è quella di mentire sapendo di mentire, il principale, Berlusconi, era sulle pagine di tutti i giornali a mostrarci quali siano da tempo le sue principali cure: donne, giovani, molto giovani e – non possiamo dargli torto – bellissime e ammiccanti.
Non si sa se procurano più pietà o indignazione i tuttora numerosi suoi scherani (non ne elenco i nomi: passata questa fase, saranno presto dimenticati, giurateci), che dinanzi allo sfacelo morale e politico del Paese se la sono presa e se la prendono con i giornali e con le intercettazioni: quando il dito indica la luna, come dire, gli sciocchi guardano il dito.
E Tremonti? Tremonti nelle fasi di crisi acuta – non so se si è notato – si lascia risucchiare dal silenzio, ambiente nel quale preferisce operare, come ogni eminenza grigia, in attesa di momenti migliori. Sempre che, politicamente beninteso, sappia sopravvivere. Sono anche riusciti a salvare un Milanese dalla galera, cosa che non è concessa ai comuni mortali. Per continuare a tenere in piedi, pur in cotanta tempesta, il cadavere.
C’è una pervicace volontà di non concedere spazi, di non allentare la presa, di non mollare i privilegi, tutta quella personale fortuna così stridente con la situazione ed il futuro, prossimo e meno prossimo, di tutti (o almeno molti di) noi.
C’è una spudoratezza che, oltre a risultare insopportabile, è destinata a pesare come modello culturale negli anni a venire. A lasciare un retaggio, un’impronta mefitica, malsana; riferimenti culturali, psicologici e comportamentali di una società che in parte già esiste e che sappiamo esserci intollerabile.
A parte confidare in Dio, che è la risorsa ultima di ogni uomo – ancor più se scettico o addirittura non credente -, non c’è neppure la prospettiva o la speranza dell’avvento di un Cincinnato, di un uomo di virtù, sobrio ed essenziale, che rimetta le cose a posto e – una volta lasciato il peso del governo della res publica – volentieri torni alle proprie occupazioni. Cincinnato è un personaggio non riesumabile. Qualcuno dice, allora: commissariateci! Ma si rivolge ad istituzioni o contesti parimenti deboli, la crisi è inedita anche perché diffusa, globale, strutturale (magari, per trovare qualcosa di sano e forte e promettente, bisogna andare fuori dell’Occidente)
L’uomo agonizzante anela la morte, la pace della morte e nulla più. Ma quando ad agonizzare è un Paese intero e la morte non se la può permettere perché fisicamente impossibile, qualcuno dovrà pur preoccuparsi di cosa accadrà o sarà domani e dopodomani e dopo. Dopo la catastrofe.
Può darsi che questo sia un parlare da menagrami, da pessimisti. Eppure la combinazione di eventi, circostanze e decisioni, interne ed esterne all’Italia, finanziarie, economiche e politiche, sembra dirci che la prospettiva enunciata non è più teorica. E’ sul tavolo, tra le opzioni.
E che si fa sull’orlo del burrone, un attimo prima di precipitare? Si fa presto. Si fa l’impensato e l’impensabile, si gioca pesante e duro – senza sconti e senza deroghe. Con ben pochi discorsi, ma molto rigore e tempestività. Si fanno non riforme, ma rivoluzioni: si mettono da parte le vecchie parole d’ordine, si violano i sancta sanctorum, si rompono gli equilibri, gli assetti consolidati, si toccano anche i diritti anteriormente quesiti, si fa insomma ciò che serve.
Il Paese è, di fatto, senza guida e senza controllo. Figuriamoci se qualcuno sta guardando più in là di domani. Chi (o che cosa) farà ciò che serve?

Paolo Marini

Pubblicato in : Primo piano

Info Paolo Marini

Nato a Siena nel 1965, vive a Firenze da oltre quarant’anni. Laureato in giurisprudenza nel 1991, dopo una intensa militanza politica nel Partito Liberale (1984-1993) ha scelto di impegnarsi al di fuori del sistema dei partiti. Appassionato di arte, letteratura, storia, filosofia e diritto, ha pubblicato “Dal patto al conflitto” (1999) – critica radicale alla concertazione e ai suoi riti – e due volumi di poesia – “Pomi Acerbi” (1997) e “All’oro” (2011) -, oltre a numerosi articoli per varie testate, cartacee e on line. Avvocato civilista e del lavoro e consulente di imprese, ha al proprio attivo anche pubblicazioni – libri, articoli, note di commento, check list – soprattutto in materia di diritto e procedura civile, protezione dei dati personali e responsabilità amministrativa di enti e persone giuridiche.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Trevigiano

    26 Settembre 2011 alle 16:49

    Caro Paolo,
    Sono contento che tu non abbia paura, perché vedi da militare, mi ha chiamato un fuggito di notte dalla caserma, a Torino, a difenderlo e come tale ho scritto una memoria, da discutere al processo, sull’incostituzionalità della leva in tempo di pace: Risultato processo mai fatto e mai più per me un permesso d’uscita.
    Poi ho criticato la Cia per l’aereo di Ustica, risultato: Meglio che non ti dico, cmq ora ci capiamo meglio.
    Ultimamente ho dato un ultimato nelle varie lingue, a Brasile(Battisti), tutto il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per l’Italia non considerata che poi supera la velocità della luce, ho chiamato Scorpioni vari Pm sul Corriere della sera e sono stato accusato da un Britannico d’essere un Inglese miope che non capisce la grandezza Italiana, perciò se mi ospiti, è meglio se non hai paura: Allacciati la cintura di sicurezza!

    Rispondi
  2. Paolo Marini

    26 Settembre 2011 alle 15:45

    Caro Trevigiano,
    in fondo mi sei simpatico e un po’ t’invidio. Tu sei la prova vivente che la fede è cieca. Tu hai ancora un partito, io non cel’ho. Tu hai fiducia in certi politici, io no. Tu credi ancora negli slogans e nelle frasi fatte che ci propinano, io no. Tu hai senz’altro un’intelligenza più brillante della mia, che invece discendo dagli Etruschi e sono nato in un regime comunista. Però, bada, a ben vedere qualcosa più di te ce l’ho: io mi firmo con nome e cognome. E non ho paura.

    Rispondi
  3. Trevigiano

    26 Settembre 2011 alle 09:40

    Caro Paolo,
    con la tua intelligenza, sei la prova vivente, che nascere sotto un regime comunista, crea danni irreparabili al cervello, persino delle persone più dotate.
    Certo se si parte con fin da bambini a ragionare con tesi, antitesi e sintesi, partire per la tangente e trovarsi con la mente piena d’odio, è garantito.
    La mia Lega dei contadini sta facendo quello che voi Toscani ed Emiliani, che allo Stato chiedete mille volte tanto di risorse, non sapete fare: Governa l’Italia senza rubare, del resto parleremo quando comincerai i tuoi articoli senza sparare c. come fanno tutti.

    Rispondi
  4. Alessandro D'Ovidio

    25 Settembre 2011 alle 19:20

    Ottimo articolo, realista più che pessimista. Non è più il tempo di fare come gli struzzi, e sarebbe ora che tutti gli italiani si dessero una bella svegliata!

    Rispondi

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