La partita della tassazione sulla casa era in salita sin dal principio, ma difficilmente il Governo avrebbe potuto fare peggio di quel che ha fatto su questo specifico dossier.

Da maggio a novembre 2013, c’era tutto il tempo per fare un lavoro più che valido, per chi era stato delegato ad occuparsene in seno al MEF.
Invece, a pochi giorni dall’avvio dell’iter del disegno di legge di stabilità, è stato presentato alle Camere un testo inguardabile dal punto di vista della adeguatezza tecnica e assolutamente carente dal punto di vista della coerenza politica.
Difficile essere più teneri nei confronti del penoso balletto di sigle (TRISE – TARI -TASI – TUC – IUC) che, alla fine della fiera, facevano e fanno tutt’ora da cappello a nulla più che alla rimodulazione dell’IMU prima casa con ridenominazione in TASI (per poter dire che l’IMU prima casa non c’è più), alla ridenominazione della TARES in TARI e alla sostituzione della maggiorazione TARES con un ulteriore aggravio dell’IMU sugli immobili diversi dalla prima casa.
Come se non bastasse, queste mere ridenominazioni e rimodulazioni sono state fatte in modo talmente approssimativo da indurre il Governo, su pressioni dei Comuni, a proporre modifiche alla TASI a meno di 10 giorni dalla sua entrata in vigore.
Se si fa parte di una maggioranza di Governo, lealtà impone di serrare i ranghi anche di fronte a provvedimenti difficili da digerire; altrettanta lealtà la deve però il Governo nei confronti della sua maggioranza ed essa viene meno se, per evidente sciatteria politica e pressapochismo tecnico, si costringe la maggioranza a votare non provvedimenti impopolari, ma proprio penosi e per di più tornando reiteratamente sul luogo del delitto con ritocchi e ritocchini.
Per questo, nella serenità di non essere io in difetto, non ho votato la fiducia sulla legge di stabilità e non intendo avallare le richieste del Governo per modifiche che, lo si capisce già, non saranno comunque risolutive dell’orrendo pasticcio che è stato combinato.
L’unica cosa ragionevole, ora, è intervenire sulle cervellotiche scadenze della TASI per accorparle a quelle dell’IMU, ottenendo così il duplice effetto di una semplificazione del quadro degli adempimenti per i cittadini e di avere tempo fino al 16 giugno per rimettere mano alla materia non con affrettati emendamenti a decreti omnibus stile “Salva Roma”, bensì con un provvedimento ad hoc.
E veniamo a cosa andrebbe fatto; cosa sì, per davvero, costituirebbe l’attesa riforma della fiscalità locale e immobiliare.
In luogo della TARI, bisogna accelerare verso la realizzazione di sistemi di misurazione puntuale della quantità di rifiuti conferiti al servizio pubblico, così da poter dare vita a una vera tariffa avente natura corrispettiva.
La TASI deve passare da assurda “IMU 2” a vera service tax, lasciando ai Comuni ampissima autonomia nella sua configurazione, ma anche massima responsabilizzazione avanti ai cittadini nella sua gestione.
L’IMU deve essere trasformata in imposta patrimoniale residuale, con aliquote uniformi per tutto il territorio nazionale e gestione statale.
La TASI, calcolata direttamente dai Comuni esattamente come è sempre accaduto per la tassa rifiuti, assicurerebbe agli enti locali il gettito complessivo che attualmente deriverebbe loro in larga parte dall’IMU.
L’imposta patrimoniale residuale assicurerebbe allo Stato quel gettito che attualmente gli è riservato nell’ambito dell’IMU.
Ne guadagnerebbe la trasparenza nel rapporto tra Stato e contribuenti e tra Comuni e cittadini, oltre che l’efficienza nei modelli di tassazione che, nel medio periodo, agevolerebbe una riduzione del prelievo complessivo.
Abbiamo dato ampio credito al Governo nei mesi passati.
Non pensiamo certo che tutto quello che ha fatto lo abbia fatto male, ma su questa specifica vicenda ora puntiamo i piedi nell’interesse di tutti.

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