Che senso ha oggi la parola riformismo? Esiste un riformismo di destra o di sinistra? E, senza scomodare il Gaber, cosa s’intende oggi per destra e sinistra? Valga un solo esempio, tratto dal contesto in cui da tempo vivo…
Homo mensura rerum. Si tratta di un’antichissima massima, che viene fatta risalire a Protagora, retore e filosofo greco, ritenuto il padre della Sofistica. Siamo nel V secolo a.C., allorquando in Grecia, e soprattutto ad Atene con Pericle, s’instaura un nuovo clima di “democrazia”, che determina il tramonto dell’aristocrazia e la diffusione di una cultura e ancor di più di un’etica (ethos in greco antico significa, prima di ogni altra interpretazione, il posto da vivere), che non è o non dovrebbe mai essere frutto di un’imposizione ma essenzialmente di un confronto razionale e dialettico. La massima in latino, fatto che denota già l’opera di interpolazione, attraverso il giudizio originariamente della cultura ellenistica e poi romano-imperiale, rappresenterebbe un fenomeno culturale ritenuto piuttosto negativo. Il movimento sofistico è stato infatti sovente accusato di essere stato portatore di valori e norme morali (ethos) in sé e per sè relativi, dipendenti cioè dal contesto, ovvero il posto da vivere. Di guisa che si è soliti parlare, in modo assolutamente improprio, di relativismo etico.
Tale premessa, potrà forse apparire esagerata se posta in relazione ad uno qualsiasi dei tantissimi argomenti di cui quotidian(amente) si discute o si vorrebbe talvolta comunque discutere. Non solo sui quotidiani nazionali [ma quanti sono? E come fanno a vendere? E quindi, si dovrebbe concludere, a sopravvivere? Ma la domanda è retorica e quindi lo avrebbero saputo bene i sofisti, maestri dell’arte … così come purtuttavia anche noi oggi sappiamo che quasi (?) sempre non dipende dalle vendite, ma da ben altro …], ma sempre di più sui social network.
Nell’epoca in cui ognuno avverte, molto spesso a torto più che a ragione, di sentirsi protagonista nel dire la propria, cioè quello che pensa e che vorrebbe anche fosse condiviso o accadesse; emerge la critica di chi in qualche modo, come il barone di Munchausen, intende tirarsi fuori dalle sabbie mobili di una trionfale fatuità, appellandosi a termini e principi storici, che al meno non si presumono ma si assumono assoluti, se così si può dire; e invece, nel migliore dei casi, calati essi stessi in un contesto sempre diverso mentre, nel peggiore dei casi, ispirati da metaracconti o metanarrazioni che dir si voglia.
Questo succede, nella narrazione politica di oggi.
E qui voglio dire, non solo al mio amico Gim Cassano, che senso ha oggi la parola riformismo? Esiste un riformismo di destra o di sinistra? E, senza scomodare il Gaber, cosa s’intende oggi per destra e sinistra? In proposito, valga un solo esempio, tratto dal contesto in cui da tempo vivo.
Le cronache politiche della Campania, da mesi narrano della difficoltà del maggiore schieramento, il Pd, che nelle prossime elezioni regionali dovrebbe opporsi alla pronosticata rielezione dell’attuale governatore Stefano Caldoro, in passato eletto da una maggioranza sedicente di centrodestra o centro-destra o destra che dir si voglia. Si discute, tra tant’altro (?, beati loro!), sempre da mesi, se il vecchio sfidante, ovvero l’ancora attuale sindaco di Salerno, abbia titolo e forza a ripresentare la propria candidatura. Ed eventualmente, se proporsi con lo sponsor ed il brand di quello che dovrebbe essere ancora il maggiore partito di opposizione nell’attuale Consiglio Regionale (la qual cosa non è chiara, in virtù di un fenomeno, non più riproposto dalle cronache estive, di dimissioni di massa di consiglieri che sarebbero state rassegnate nelle mani di un non meglio identificato notaio), ovvero il Pd, oppure sotto l’egida o con l’ausilio di unbrand diverso, ritenuto, a torto o ragione, di più forte valenza denotativa.
Ma, scomparsi fortunatamente i metaracconti e le metanarrazioni, al diavolo non resta che nascondersi nei dettagli; così si dice, e così allora si ri-scopre che, ad esempio nel caso, chi perse il palio regionale nel 2010 e da sconfitto rassegnò subito le dimissioni, su mandato dell’elettorato di riferimento, da consigliere regionale e guida dell’opposizione; quel medesimo – dirigente prima del PCI e poi del PDS, DS e ora PD – da circa vent’anni governa la città di Salerno presentandosi alle tornate elettorali sempre con il brand di liste sedicenti civiche e quindi non di partito. Ma senza condurla per le lunghe, come si suole spesso dire, credo che il personaggio, nel corso di questo lungo ventennio, abbia preteso essere giudicato piuttosto dai fatti e non, per così dire, dalle parole; provvedendo tuttavia nel contempo a dileggiare costantemente da un lato la sedicente politica politicante e dall’altro quanti e in particolare i con–cittadini, a suo dire, sono stati e sono ancora cafoni. Ad un livello tale che, come sta accadendo nel contesto dell’intero paese, molti, tra cui il sottoscritto, si chiedono innanzitutto come sia stato possibile, dopo oltre vent’anni e nel peggiore dei casi, non allevare alcuna nuova classe dirigente in grado di governare in tempi nuovi i nuovi contesti di vita. Perché questo, esattamente questo rappresenta il vero e proprio fallimento della vecchia classe politica, che ha governato in tutti questi anni.
In definitiva, ritengo che con l’uso del termine riformismo dovrebbero entrarci essenzialmente i fatti; e, per restare allo stato dell’argomento intrapreso, oggi Caldoro dice: “Io parto dal clima di collaborazione instauratosi tra Berlusconi e Renzi sulle riforme che ha letteralmente modificato lo scenario politico. E’ questo il modello di riferimento. E’ il senso di responsabilità, non lo scontro, ad animare la competizione politica. Io ha sempre lavorato per allargare la coalizione che mi sostiene. E credo che ormai siano maturi sia il tempo che le condizioni politiche per puntare a questo traguardo. Nel rispetto di un elettorato più libero e più legato alla capacità di governo che non ai tradizionali schieramenti”.
Che piaccia o no, il contesto è questo. Ed è, ritengo, un bene che si giudichi in base ai fatti ed alle parole; ma, laddove è possibile constatarlo, che si giudichi tenendo conto (del fatto) che alle parole non hanno corrisposto i fatti.

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