
Crescono in Sudamerica le voci contrarie all’intervento armato di Israele a Gaza. A tre settimane dall’inizio della crisi mediorientale, sempre più paesi prendono le distanza dai raid e dalle incursioni militari israeliane nella Striscia di Gaza, un vero e proprio terremoto diplomatico che rischia di allargarsi con l’aggravarsi del conflitto.
La posizione più forte è quella della Bolivia, che ha deciso di rompere le relazioni diplomatiche con Tel Aviv. “Non possiamo accettare – ha detto questa settimana il viceministro degli esteri Freddy Mamani – le ripetute violazioni ai diritti umani commesse da Israele. Gli abusi che si stanno commettendo a Gaza vanno oltre qualsiasi logica inerente ad un conflitto armato”. Una mossa estrema che si inserisce in un rapporto che non è mai stato molto semplice. La Paz aveva già rotto i rapporti con Israele nel 2009, a seguito della recrudescenza delle operazioni militari nei territori occupati. Per dieci anni i due Paesi non si sono parlati. Fu la presidente ad interim Jeanine Añez, che depose il governo del socialista Evo Morales, a ristabilire nel 2020 il dialogo. Le cose, oggi, sono radicalmente cambiate, la sinistra è tornata al potere con Luis Arce, ex ministro di Morales e la Añez è stata condannata a dieci anni di reclusione per sedizione e colpo di Stato. Da qui la drastica decisione, che è stata salutata da Hamas come un “atto di dignità di un Paese amico della causa palestinese”.
Le mosse del governo di Benjamin Netanyahu sono state duramente criticate anche da altri paesi della regione. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha richiamato la sua ambasciatrice in Israele e ha minacciato di tagliare i ponti con Tel Aviv se l’offensiva militare su Gaza continuerà. “Il nostro Paese – ha detto Petro -non appoggia genocidi, quello che sta succedendo a Gaza è inammissibile”. La Colombia è un alleato storico di Israele soprattutto per quanto riguarda la collaborazione militare, Tel Aviv ha subito avvisato Bogotà su una possibile sospensione degli accordi in corso. Petro, primo presidente di sinistra nella storia del paese sudamericano, ha fatto capire che non teme ritorsioni e che è disposto a seguire l’esempio boliviano.
Scopri di più sull’escalation Israele-Hamas
- Tutti i nostri articoli
- La cronologia della guerra
- Il conflitto Israele-Hamas in 12 grafici
- Il mondo in classe, due incontri con le scuole superiori per capire il conflitto
- Le origini del conflitto Israelo-Palestinese nel nuovo corso ISPI School
Sulla stessa linea anche il presidente cileno Gabriel Boric, che ha richiamato l’ambasciatore in Israele e ha ripetutamente condannato nelle ultime settimane i bombardamenti su Gaza. La crisi mediorientale è molto sentita in Cile, soprattutto a causa della folta comunità di discendenti di palestinesi, circa 400.000 persone, che si sono mobilitati con tutti i mezzi per cercare di aiutare la popolazione civile di Gaza. Boric ha ribadito la sua posizione in un incontro col presidente americano Joe Biden tenutosi nel recente vertice dell’Apep, l’Associazione per la prosperità delle Americhe a Washington.
Quasi tutti i paesi latino-americani hanno votato a favore dell’ultima risoluzione Onu che chiede una tregua per proteggere i civili di Gaza. Solo il Guatemala, ferreo alleato di Israele, si è opposto, l’Uruguay e il Paraguay si sono astenuti.
La posizione del Brasile di Lula da Silva è molto delicata. Durante il mese di ottobre Brasilia ha presieduto il consiglio dei diritti umani dell’Onu e ha cercato di trovare una via di negoziazione diplomatica al conflitto. La risoluzione proposta dai brasiliani ha raccolto 12 voti a favore su 15, ma è stata bocciata per il veto dei membri permanenti Stati Uniti e Regno Unito, oltre all’astensione della Russia. Il Brasile cerca da tempo di posizionarsi come paese mediatore dei grandi conflitti internazionali del momento, ma questi sforzi sono stati finora infruttuosi sia sull’Ucraina che sulla crisi mediorientale. Lula, in ogni caso, ha dialogato telefonicamente con quasi tutti i leader mediorientali e si è prodigato molto per il rimpatrio dei cittadini brasiliani in Israele e a Gaza. L’operazione militare, con dieci voli speciali che hanno coinvolto anche l’aereo della Presidenza della repubblica, ha permesso il rientro in patria di oltre 1.400 persone, mentre una trentina di brasiliani residenti a Gaza stanno aspettando il permesso per entrare in Egitto dal valico di Rafah.
Molto delicata anche la posizione dell’Argentina, con il presidente uscente Alberto Fernandez che ha condannato gli atti terroristici di Hamas ma anche i raid israeliani su Gaza. L’opinione pubblica è profondamente divisa sul conflitto in corso, anche perché a Buenos Aires vive la più folta comunità ebraica dell’America Latina. Otto persone con la doppia cittadinanza israeliana e argentina sono rimaste uccise negli attacchi di Hamas del sette ottobre, mentre sono stati centinaia gli argentini rimpatriati da Israele.
In tutta l’America Latina si segue la crisi con apprensione e sono diverse le manifestazioni organizzate da comunità ebraiche o di simpatizzanti della causa palestinese. Da San Paolo a Buenos Aires, da Città del Messico a Santiago del Cile, molta gente è scesa in piazza per solidarizzarsi con il popolo di Israele o di Gaza. Iniziative che si sono svolte per ora senza alcun tipo di violenza. A differenza di quanto si sta vivendo in Europa, non si sono fortunatamente registrati significativi atti di antisemitismo o islamofobia.
Emiliano Guanella
Corrispondente dal San Paolo (Rsi-Tv Svizzera e La Stampa) e analista politico per Ispi

Lascia un commento