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Sudafrica: il riverbero continentale dell’ostilità per gli immigrati “amakwerekwere”

Se nessuno è benvenuto in Sudafrica, il Sudafrica non è più benvenuto. Il governo del Ghana ha così sospeso la visita del presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, che sarebbe dovuto arrivare ad Accra a inizio agosto nel tentativo di placare l’indignazione sollevatasi in angoli diversi del continente dalle minacce e violenze ai danni degli stranieri in Sudafrica – mai così insistenti come oggi.

di Istituto Ispi | 16 Luglio 2026

di Giovanni Carbone*

Se nessuno è benvenuto in Sudafrica, il Sudafrica non è più benvenuto. Il governo del Ghana ha così sospeso la visita del presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, che sarebbe dovuto arrivare ad Accra a inizio agosto nel tentativo di placare l’indignazione sollevatasi in angoli diversi del continente dalle minacce e violenze ai danni degli stranieri in Sudafrica – mai così insistenti come oggi.

La nazione che, archiviato il regime razzista bianco a metà anni Novanta, per un periodo incarnò agli occhi della comunità internazionale la capacità di convivere nel rispetto di diversità e diritti, sembra aver perso la strada. A Pretoria non è più tempo di fratellanza neppure tra africani. Anzi, il paese pare voler restituire pietre ai vicini che gli avevano dato pane. Il Sudafrica libero non nacque infatti solo ‘da dentro’: la lunga ribellione all’apartheid fu nutrita anche da tanti paesi africani – quelli limitrofi nella regione, ma anche altri ben più distanti, come lo stesso Ghana, la Nigeria e l’Etiopia – da cui provengono molti degli immigrati che oggi una parte dell’opinione pubblica tratta come intrusi da cacciare.

Difficoltà economiche e consenso politico

Il presupposto e la promessa della transizione pacifica che a Pretoria chiuse il secolo scorso erano un rilancio economico del paese e una redistribuzione delle ricchezze al suo interno. Entrambe si sono materializzate in misura quantomeno limitata.

L’African National Congress (Anc), l’ex movimento di liberazione che sotto la guida di Nelson Mandela arrivò al governo con le prime elezioni democratiche nel 1994, ha da allora regolarmente vinto ogni singolo voto nazionale. Ma già dopo i primi dieci-quindici anni – in cui sia il consenso elettorale che l’economia erano stati in espansione – iniziarono a manifestarsi segnali di difficoltà. La crescita si trasformò nell’agonia di una lunga stagnazione da cui il paese non è ancora uscito, mentre gradualmente andava riducendosi l’appoggio della popolazione nera. Contribuiva a questo anche l’aumento dei giovani nati dopo la transizione democratica – i born free – meno inclini a riconoscere il ruolo storico e dunque il primato politico del partito di governo.

Alle elezioni del 2024 l’ANC è sceso per la prima volta sotto la maggioranza assoluta, fermandosi al 40,2% dei voti. Benché si tratti di un risultato invidiabile per tanti altri partiti di governo – inclusi quasi tutti quelli europei –, in Sudafrica si è trattato di un disastroso tracollo. Una larga parte dell’elettorato ha infatti rinunciato a votare – con solo il 58%, il tasso di affluenza ha toccato il minimo storico – e chi è andato alle urne lo ha fatto, in misura maggioritaria, per sostenere forze avverse all’Anc. Senza più i numeri per formare un esecutivo da solo, il ‘partito di Mandela’ si è trovato costretto ad assemblare una coalizione traballante.

La pazienza dei sudafricani si era esaurita di fronte all’ininterrotto arrancare dell’economia, al permanere delle diseguaglianze lasciate dalla segregazione razziale, all’aumento della disoccupazione, e ai progressi limitati nell’affrontare la corruzione. In Africa come in Europa, quando i conti non tornano, il rischio è che spesso a farne le spese siano gli ‘estranei’, gli stranieri.

Migranti africani, verso sud

La prospettiva che prevale alle nostre latitudini ci fa in genere guardare alle migrazioni come qualcosa – qualcuno – che va da sud verso nord. Ma le questioni migratorie non riguardano naturalmente solo la relazione tra gli europei, o gli occidentali, e i cittadini dell’Africa, dell’Asia o dell’America Latina che si presentano alle nostre porte.

L’esperienza diretta di gran parte degli africani è infatti molto diversa. O meglio, anche per loro, come per noi, gli immigrati sono anzitutto quelli che si trovano lì, a casa loro, non quelli partiti per venire qui, in Europa. Tra tutti gli africani che sono partiti dal proprio paese, la quota di coloro che rimangono in Africa, rispetto a quella di quanti hanno invece lasciato il continente, è maggioritaria: circa 25 milioni i primi (oltre il 54%), circa 21 milioni i secondi (attorno al 46%), su un totale di 45,8 milioni di emigrati africani a livello globale, al 2024. Per chiarezza: parliamo del totale delle persone che si trovano fuori dal loro paese perché emigrate nel corso degli anni, non di quelle che si sono mosse nell’arco di dodici mesi (in non pochi casi, si tratta peraltro di migranti forzati a partire per via di conflitti o, in misura minore, di disastri ambientali).

Le migrazioni sono anche interne all’Africa, dunque, e ci sono importanti paesi africani ‘di destinazione’, non solo paesi ‘di origine’ dei migranti africani. Pretoria è storicamente prima o seconda in lista, si scambia periodicamente il primato con la lontana Costa d’Avorio. Le stime sul numero di immigrati in Sudafrica variano sensibilmente. Secondo i dati ufficiali sudafricani, nel 2022 vivevano nel paese circa 2,4 milioni di migranti internazionali, pari al 3,9% della popolazione.

Le ragioni di questa centralità sono diverse, ma la principale è il fatto che, nonostante le difficoltà, si tratta dell’economia più rilevante del continente per dimensione e industrializzazione. Un polo di attrazione naturale per chi cerca lavoro: se è vero che prevale la prossimità geografica e dunque l’immigrazione da paesi dell’Africa australe (Zimbabwe, Mozambico, Lesotho e Malawi), i percorsi che portano a Durban o Johannesburg partono anche da molto più lontano, si tratti del Corno d’Africa (Etiopia, Somalia) o dell’Africa occidentale (soprattutto anglofona: Nigeria, Ghana).

La presenza di stranieri nel Sudafrica post-apartheid è stata peraltro facilitata da un sistema di protezione dei rifugiati considerato tra i più progressisti del continente. Un’apertura figlia della solidarietà panafricana ereditata dal passato; da quando cioè, come detto, durante la lotta all’apartheid tanti sudafricani neri furono accolti in esilio o sostenuti da altri paesi africani. Ai rifugiati e ai richiedenti asilo in attesa di responso, dunque, Pretoria ha per anni garantito la possibilità, in determinate condizioni, di vivere, lavorare e studiare nel paese, oltre all’accesso ad alcuni servizi pubblici.

Nonostante un quadro giuridico inizialmente avanzato, gli immigrati – talvolta etichettati con disprezzo come amakwerekwere, un termine di origine incerta, forse riferito a una cattiva parlata – sono diventati sempre più spesso capri espiatori, anche a causa delle difficoltà dell’economia nazionale. A livello sociale, è cresciuta la percezione che essi siano responsabili della sottrazione di posti di lavoro – un bene prezioso in un paese con una disoccupazione al 32% –, in particolare nel commercio informale, dell’aumento della criminalità e della pressione sui servizi pubblici. In alcuni casi, i luoghi comuni li hanno anche associati alla diffusione di malattie.

A più riprese, l’insofferenza diffusa è sfociata in ostilità, con periodiche ondate di manifestazioni anti-immigrati, soprattutto nelle aree urbane come Johannesburg, Durban e, in misura minore, Città del Capo. Le proteste sono state per lo più pacifiche, ma non sempre: dalla fine dell’apartheid si sono registrati oltre 1300 casi di violenze contro gli immigrati, con circa 700 morti e oltre 130 mila persone costrette a lasciare le loro case. I picchi e gli episodi più gravi si sono avuti nel 2008, nel 2015, nel 2018-19, e ora nel 2026.

La risposta alle pressioni sociali e politiche, negli ultimi anni, è stata una graduale ed elaborata trasformazione del contesto legislativo e della pratica amministrativa, nella direzione di una gestione più restrittiva e securitaria dell’immigrazione. Il Refugees Amendment Act del 2017 (ma operativo dal 2020 con le relative Refugees Regulations), ad esempio, ha limitato l’accesso automatico dei richiedenti asilo al lavoro e allo studio e ampliato le possibilità di esclusione o cessazione dello status per ragioni come la sicurezza nazionale. Il Border Management Authority Act (2020) ha istituito la Border Management Authority, operativa dal 2023, per una maggiore centralizzazione del controllo delle frontiere. Il governo ha anche cercato di chiudere o ridurre lo Zimbabwean Exemption Permit (Zep) – e, in parallelo, alcuni analoghi regimi speciali favorevoli agli immigrati di paesi limitrofi – innescando però una serie di controversie legali, con seguito di ricorsi giudiziari e successive proroghe. L’Immigration Amendment Act (2025) ha rivisto le norme su arresto, detenzione e deportazione degli stranieri irregolari, con maggiori garanzie giudiziarie, ma all’interno di un approccio di accresciuta attenzione a una effettiva applicazione. Nel frattempo un White Paper on Citizenship, Immigration and Refugee Protection, adottato dal governo nel 2024, ha delineato una revisione organica su questi temi, mentre la National Labour Migration Policy e l’Employment Services Amendment Bill prevedono di introdurre quote, controlli e sanzioni più dure contro l’impiego irregolare di lavoratori stranieri. A questa serie di misure legali si sono poi aggiunti diversi ostacoli amministrativi, come le difficoltà nella presentazione delle domande per ottenere lo status di rifugiato, i lunghi tempi di attesa delle decisioni, e i problemi legati al rinnovo dei permessi.

Le trasformazioni normative e amministrative non hanno però placato l’opinione pubblica più restia ad accettare gli stranieri, e il 2026 sta diventando l’anno orribile dell’immigrazione in Sudafrica. Un’aggressiva campagna condotta da gruppi di vigilantes, organizzazioni e movimenti della società civile sudafricana – i più noti sono March and March e Operation Dudula –, con alcune sponde tra i partiti politici, aveva indicato il 30 giugno come data ultima in cui gli immigrati irregolari avrebbero dovuto lasciare il paese. Pur non trattandosi di un’indicazione del governo, che l’aveva in realtà smentita, il segnale è stato duro e forte e sono migliaia i migranti che hanno preferito partire. Tra inizio giugno e inizio luglio, oltre 53.000 cittadini stranieri sono stati deportati o volontariamente rimpatriati – soprattutto malawiani, zimbabwani e mozambicani, ma anche molti ghanesi e nigeriani.

Da parti diverse dell’Africa sono comprensibilmente arrivate dure reazioni. Per molti, come detto, ad aggravare quanto sta accadendo è anche la memoria del sostegno esterno che venne offerto alla popolazione nera nel combattere l’apartheid. La Nigeria, ad esempio, aveva appoggiato economicamente e politicamente i movimenti di liberazione. Oggi i nigeriani sono frequentemente associati in modo stereotipato a droga e criminalità, e, secondo alcune fonti difficili da verificare, oltre 100 sarebbero i morti nella diaspora in Sudafrica. Sempre più, quindi, le violenze xenofobe alimentano la sensazione che Pretoria stia tradendo la solidarietà panafricana di cui aveva beneficiato in passato. L’immagine e la reputazione del Sudafrica libero, che per anni si era proposto come guida di processi condivisi di rinnovamento, integrazione e sviluppo, promuovendo una retorica di ‘rinascimento’ e solidarietà continentale, ne escono pesantemente danneggiate.

Giovanni Carbone

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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