Il secondo titolo operistico dell’80° Maggio Musicale, Don Carlo di Verdi, è stato accolto con applausi prolungati ed entusiastici dal folto pubblico dell’Opera di Firenze. Gran merito di tale successo è da attribuirsi soprattutto a Zubin Mehta, che ha affrontato la versione in quattro atti del capolavoro verdiano – pur preferendo quella in cinque – offrendone una lettura tesa e profonda ed esprimendo con cupa drammaticità i sentimenti conflittuali che accompagnano i protagonisti nell’intricata vicenda ispirata alla tragedia di Schiller. L’orchestra ha risposto con un’ottima prova alla linea impostata dal maestro indiano, mentre il coro, in quest’opera assai impegnato in frequenti scene di massa, ha sfoderato un’altra delle sue splendide performance, avvalendosi dell’accurata preparazione di Lorenzo Fratini.
Per quanto riguarda il cast dei cantanti, il protagonista Don Carlo, ovvero il tenore Roberto Aronica, si è distinto per l’intensità della sua interpretazione, così come il basso Dmitry Beloselskiy, un Filippo II tormentato e dotato di grande forza vocale. Molto buone anche le prove di Julianna Di Giacomo, alias Elisabetta di Valois, sebbene a tratti affaticata negli acuti, e del mezzosoprano Ekaterina Gubanova, una Principessa Eboli sicura e determinata. Meno efficace, ma comunque discreta la prova del baritono Massimo Cavalletti (Rodrigo), mentre è apparsa decisamente inadeguata (e molto fischiata dal pubblico) quella del basso Eric Halfvarson nei panni del Grande Inquisitore.
Non molto convincente la regia “tradizionale” di Giancarlo Del Monaco, non solo perché notevolmente statica e quasi del tutto priva di volontà innovativa, ma anche perché sia l’ingombrante Cristo in croce che domina la scena dell’autodafé, sia la morte nel finale del protagonista per mano del padre Filippo II (non prevista nel libretto) sono sembrate soluzioni poco coerenti da un punto di vista drammaturgico. Molto belli, in compenso, i costumi di Jesús Ruiz, magnificamente intonati all’epoca cinquecentesca.
Luca Summer

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