
Preceduto dall’annuncio della scomparsa del grande direttore giapponese Seiji Ozawa all’età di 88 anni, il debutto italiano alla guida dell’orchestra del Maggio del giovane Hankyeol Yoon – anch’egli originario dell’Estremo Oriente, ma sudcoreano – è stato accolto da uno strepitoso successo di pubblico; del resto Yoon, che si è formato a Monaco e ivi risiede da oltre dieci anni, ha vinto l’ultima edizione del prestigioso Premio Karajan per giovani direttori.
Nella prima parte della serata il programma si snodava attraverso un repertorio interamente brahmsiano, inaugurato con l’”Ouverture per una festa accademica”, restituita da Yoon in modo particolarmente efficace nei toni più trionfalistici; a seguire due pezzi con l’ulteriore apporto del coro, il “Lamento op. 82” e il “Canto del destino op. 54”. Mentre nel primo brano emergeva l’abilità del direttore a ricreare con equilibrio il clima sobriamente solenne, nel secondo Yoon delineava con intensità la sua atmosfera meditativa, grazie all’ottima prova del coro del Maggio e di un’orchestra ben plasmata sul piano dinamico e timbrico.
Non vi è dubbio, comunque, che le doti di Yoon si siano manifestate appieno nell’Ottava sinfonia di Dvorak, affrontata dal giovane direttore coreano con slancio appassionato e, al tempo stesso, con saldo controllo delle masse orchestrali; ne ricordiamo, soprattutto, l’Adagio, splendidamente disegnato nella sua espressiva quiete campestre (bravissimi qui i legni), interrotta da momenti di maggior forza dinamica, e l’Allegro finale, nel quale lo spirito vitalistico di Dvorak nella bacchetta di Yoon è esploso in tutta la sua intensità, scatenando l’entusiasmo di un pubblico (purtroppo non numeroso) presente nella sala Metha.
Luca Summer

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