
di Elena Marisol Brandolini*
Uno dei primi atti del neo presidente del Cile, l’ultraconservatore José Antonio Kast, a meno di due settimane dal suo insediamento al palazzo de La Moneda lo scorso 11 marzo, è stato quello di ritirare il patrocinio alla candidatura di Michelle Bachelet come segretaria generale delle Nazioni Unite. Era stato il suo predecessore, Gabriel Boric, a proporre la ex presidente cilena alla massima carica dell’Onu, in occasione dell’80esima Assemblea generale dell’organismo celebrata lo scorso settembre a New York, candidatura poi formalmente ufficializzata all’inizio dello scorso febbraio dai governi di Cile, Brasile e Messico. Secondo Kast, infatti, la candidatura di Bachelet sarebbe “impraticabile” per “la dispersione di candidature di paesi dell’America Latina e le differenze con alcuni degli attori rilevanti che definiscono questo processo (di elezione)”. L’ex Alta Commissaria per i Diritti Umani non si è però ritirata dalla corsa, ha deciso di andare avanti con l’appoggio che Messico e Brasile le hanno confermato, per trattarsi di una donna “con grande esperienza che cerca la pace nel mondo e che pensa di ricostruire le Nazioni Unite come un organismo di risoluzione dei conflitti internazionali”, segnalava la presidente messicana Claudia Sheinbaum ratificando il sostegno alla sua candidatura.
Bachelet è una dei cinque candidati e candidate a succedere ad António Guterres, all’inizio del prossimo anno. Gli altri sono: la ex vicepresidente del Costarica Rebeca Grynspan, l’argentina Virgina Gamba ex rappresentante speciale dell’Onu per i bambini e i conflitti armati, l’argentino Rafael Grossi sostenuto dal governo del suo paese e attuale responsabile dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica e l’ex presidente del Senegal Macky Sall. Quest’ultimo è quello che ha meno probabilità di essere eletto, perché secondo la regola non scritta della rotazione della rappresentanza tra i continenti questa volta toccherebbe all’America Latina. E magari sarebbe l’ora anche di applicare una rotazione tra i sessi, perché in ottanta anni di vita dell’Onu non c’è mai stata una donna a dirigerne la segreteria generale.
Il presidente Kast ha cercato in tutti i modi di far apparire la scelta della sua cancelleria dettata da ragioni diplomatiche e basata sulla viabilità della candidatura. Ha comunque detto che il Cile si asterrà dal sostenere un altro candidato. “La mia disposizione nel contribuire a questa sfida rimane intatta”, gli ha risposto Bachelet. “Ringrazio l’appoggio e la fiducia che lo Stato del Cile ha manifestato inizialmente presentando pubblicamente questa candidatura. Storicamente il Cile ha cercato di rafforzare il multilateralismo ed è stato capace di andare oltre i cicli politici e le congiunture”. Perché di questo si tratta: che l’Onu torni a giocare il ruolo principale nella risoluzione dei conflitti attraverso il rafforzamento del multilateralismo e il rispetto del diritto internazionale Michelle Bachelet è stata la prima donna eletta presidente del suo paese. Dopo essere stata ministra della Sanità e della Difesa nel governo Lagos, Bachelet divenne presidente del Cile nel 2006 e poi nuovamente nel 2014. Chiamata a dirigere l’Agenzia dell’Onu sulle donne nel 2010, nel 2018 è stata nominata Alta Commissaria per i Diritti Umani, carica mantenuta fino al 2022. Il suo è perciò un curriculum di assoluto prestigio ed esperienza che attribuisce più di una possibilità di vittoria alla sua candidatura. Ma la sua viabilità dipende dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove la Cina e soprattutto gli Stati Uniti, sotto la pressione dei repubblicani più integralisti, potrebbero giocarle contro.
Quando si è conosciuta la decisione di Kast di ritirare la candidatura di Bachelet si sono levate numerose le critiche da parte di personalità politiche di diversi paesi. L’ex presidente della Colombia, Ernesto Samper, in X ha parlato di “attitudine cieca del nuovo governo Kast” e in una recente intervista rilasciata all’emittente internazionale pubblica tedesca Deutsche Welle, ha sostenuto che la candidatura di Bachelet “ha tutte le condizioni” per essere realmente competitiva, anche se questo non ne assicura il successo.
Una donna alla guida delle Nazioni Unite è l’obiettivo su cui sta lavorando da tempo GWL Voices, l’organizzazione di donne presenti in organismi multilaterali. I risultati contenuti in un recente rapporto relativo alla presenza di donne nel multilateralismo, dimostrano come negli organismi multilaterali rimanga ancora diffusa l’esclusione delle donne dagli organi di governo. Nell’Assemblea Generale dell’Onu le donne sono appena il 27% del totale. Con l’elezione di Annalena Baerbock nel 2025, le donne presidenti dell’Assemblea sono state finora appena cinque.
Elena Marisol Brandolini
*Istituto Ispi

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