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Su Articolo 18 e nomine l’opposizione old style certifica l’indispensabilità di Renzi e gli spiana la strada verso le elezioni

di Terza Repubblica | 21 Settembre 2014

Non che la riforma del lavoro comporti riduzioni del deficit, ma consentirà a Renzi e Padoan di dire in Europa: vedete che stiamo facendo sul serio realizzando una riforma del lavoro di cui si parla inutilmente da 15 anni.

Peccato che abbiamo ancora tra i piedi, a deprimerci, la crisi economica, oggi fatta della somma tra recessione e deflazione, perché stiamo vivendo una fase politica nuova, potenzialmente capace di diventare strutturale, a cui dovremmo dedicare maggiore attenzione per sospingerla nella giusta direzione. Perché mentre il governo Monti e quello Letta – pur essendo intrinsecamente più forti e qualificati di quello attuale – rappresentavano la sostanziale continuità del vecchio sistema paese nato nel 1994 sulle ceneri della Prima Repubblica e sono caduti per l’incapacità di dare uno sbocco a quella rabberciata transizione, quello di Renzi, invece, è un esecutivo che pur nell’estrema fragilità della composizione e del programma, ha già marcato una discontinuità destinata a lasciare il segno, anche al di là del destino personale del giovane premier. Renzi, infatti, ha posto le basi per il superamento della novecentesca dicotomia tra sinistra e destra, vuoi per aver fatto crollare senza paura molti tabù, aver cancellato vecchie incrostazioni ideologiche, superato riflessi condizionati pavloviani, vuoi per aver occupato uno spazio centrale nella geografia politica, coniugando pragmatismo e populismo, che gli consente annullare le dicotomie e diventare, come ha acutamente osservato Giovanni Orsina sulla Stampa, “indispensabile”.

Una binomio, questo della centralità e dell’indispensabilità, che rende Renzi senza alternative, nella realtà politica – l’unica sua vera opposizione è quella dentro il Pd, non tanto nel partito, ormai reso un ectoplasma, quanto nella palude dei gruppi parlamentari – e nell’immaginario degli italiani. Orsina sostiene che questo lo rende paragonabile a Giovanni Giolitti. Forse è un po’ presto per un raffronto del genere, visto che Giolitti è durato oltre un decennio, ma è certo che l’Italia di oggi, pur non sapendo bene dove potrà andare, è difficile per non dire impossibile che voglia e possa tornare indietro. Per capirlo basta vedere in queste ore il brutto film delle fumate nere, in un parlamento che ogni giorno di più somiglia ad un pozzo nero senza fondo,  per le nomine di due membri della Corte Costituzionale. O ascoltare il tam tam delle accuse a Renzi del vecchio establishment comunista (D’Alema, Bersani) e democristiano (Bindi), che non ha più né mai più potrà avere il consenso necessario per dare credibilità a critiche in parte anche fondate.

Il peggio, questa opposizione frustrata, lo sta dando – more solito – nella discussione sulla riforma del lavoro e in particolare della cancellazione dell’articolo 18. “Uno scalpo per i falchi della Ue”, ha definito Susanna Camusso la scelta di Renzi di ascoltare Ichino, credendo così di colpirlo al cuore. In realtà il riflesso pavloviano della sinistra politica e sindacale tradizionale, a Renzi gli sta facendo un grande favore. Sì, il pensionamento del vecchio (e superato) Statuto dei lavoratori, sarebbe agli occhi dell’Europa la certificazione di quella credibilità politica che serve al premier per evitare che gli venga chiesta entro fine anno una manovra correttiva dei conti. Non che la riforma del lavoro comporti riduzioni del deficit, ma consentirà a Renzi e Padoan di dire in Europa: vedete che stiamo facendo sul serio realizzando una riforma del lavoro di cui si parla inutilmente da 15 anni e che è carica di significati politici; ora, questa è la migliore delle garanzie che proseguiremo con il risanamento finanziario e le riforme, perciò non penalizzateci proprio adesso che stiamo facendo questo sforzo. Ecco perché gli strepiti fanno il gioco del governo, e tanto più i decibel sono alti, tanto maggiore è il valore politico della riforma agli occhi di Bruxelles, Berlino e Francoforte.

Non solo. Se è vero, come molti dicono e come è lecito e sensato pensare, che il premier intenda andare al più presto alle elezioni anticipate (marzo), pare evidente che chi si straccia le vesti per il tabù infranto dell’articolo 18 e chi fa il franco tiratore in parlamento per impallinare Violante – più o meno  gli stessi – spiana la strada a Renzi, offrendogli l’occasione per far saltare il banco e andare alle urne, per di più potendo dire agli italiani, e in particolare a quelli moderati che hanno assicurato a Renzi il balzo al 41% alle scorse europee, che la sua testa è stata fatta saltare dai comunisti e dai rottamati contrari ai suoi progetti di modernizzazione del Paese. Viceversa, se la riforma passa e Renzi prosegue nel suo percorso di “mille giorni” – magari anche perché Napolitano gli preclude la strada delle elezioni anticipate, eventualmente dimettendosi a inizio anno (dopo la fine del semestre europeo a presidenza italiana) – ecco che ugualmente questo governo segnerebbe un punto pesante a suo favore, sia per aver dimostrato in Europa che è credibile sia perché metterebbe a tacere, almeno in parte, coloro che in questi mesi si sono lamentati dei tanti annunci e delle poche decisioni prese e portate fino in fondo.

Insomma, per come si è messa la partita, Renzi, piaccia o non piaccia, conferma la sua “indispensabilità”. Agli occhi degli elettori ma anche degli interlocutori internazionali. Con un doppio warning per lui, però. Entrambi in nome degli interessi generali (cioè i nostri). Il primo è: occhio alle elezioni anticipate. Anche ammesso (e non concesso) che il Quirinale dia il via libera, e pur partendo dal presupposto, fondato, che Renzi le vincerebbe alla grande, esse rappresenterebbero un ulteriore rinvio di quella svolta in economia di cui l’Italia ha assoluto bisogno e che, alla fine, sarebbe la vera garanzia di successo per l’ambizione politica di Renzi. Il secondo “avviso di pericolo” è: se la riforma del lavoro passa e il governo prosegue – cioè se elezioni anticipate non ci sono – occhio che non basta abolire l’articolo 18, cosa che ha più un valore simbolico che pratico, per far ripartire l’economia. Ci vuole ben altro. Ed è qui che si misura quanto sia ancora lunga la distanza che separa Renzi da Giolitti. E quanto sia ancora tutta da costruire la Terza Repubblica.

Pubblicato in : Editoriale

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