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Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte

Non fosse per la parata del due giugno, festa della Repubblica, l’inno di Mameli sarebbe musica per le partite della nazionale di calcio. Una Repubblica disarmata non sopravvive nemmeno una settimana. E meno male che il giorno in cui la Repubblica rende omaggio ai suoi soldati abbiamo coloro che ci dicono che dovrebbero sfilare i palestinesi e le ong o quelli che vogliono proprio abolirla la parata. La parata militare si è svolta alla presenza del Capo dello Stato e dei vertici istituzionali, secondo il protocollo della Difesa. Ci mancava solo che fossero invitati quei campioni che non vogliono aumentare le spese per un esercito ridotto alla soglia minima della sopravvivenza.

di Riccardo Bruno | 4 Giugno 2026

Non fosse per la parata del due giugno, festa della Repubblica, l’inno di Mameli sarebbe musica per le partite della nazionale di calcio. Una Repubblica disarmata non sopravvive nemmeno una settimana. E meno male che il giorno in cui la Repubblica rende omaggio ai suoi soldati abbiamo coloro che ci dicono che dovrebbero sfilare i palestinesi e le ong o quelli che vogliono proprio abolirla la parata. La parata militare si è svolta alla presenza del Capo dello Stato e dei vertici istituzionali, secondo il protocollo della Difesa. Ci mancava solo che fossero invitati quei campioni che non vogliono aumentare le spese per un esercito ridotto alla soglia minima della sopravvivenza.

Il due giugno si ricorda la vittoria al referendum del 1946, mentre il 3 giugno riporta al 1849, quando inizia l’assedio di Roma, dove morirà il ventunenne Mameli e con lui il meglio della gioventù rivoluzionaria italiana. Mameli come Mazzini era genovese e avrebbe potuto morire persino prima, ad aprile dello stesso anno, nel bombardamento di Genova. Mameli come Morosini, non si perdeva una guerra. Indro Montanelli che aveva votato per la monarchia al referendum del due giugno, dava degli analfabeti a coloro che non si rendevano conto del contributo dei Savoia alla causa del Risorgimento. Purtroppo non l’ha potuto dire a Mameli, spedito a Genova con Bixio per combattere i piemontesi che avevano attaccato la città insorta. C’è una profonda differenza fra la repressione a Genova e quella successiva a Roma. I francesi furono trascinati nel conflitto dal partito cattolico, e dalla presunzione di Garibaldi. Fra Mazzini e Lugi Bonaparte era in corso una trattativa che venne bruciata dalle polveri. Una volta entrati i francesi a Roma, la rispettarono. Mazzini vi era rimasto e nessuno lo molestò fino all’esilio. I piemontesi decisero che la rivolta di Genova fosse intollerabile per la Corona e La Marmora fu chiamato a dare una lezione all’intera popolazione. Vi fu la caccia all’uomo e alla donna, senza nessuna pietà, a Genova. Questo l’inizio del regno di Vittorio Emanuele secondo, il suo Risorgimento.

La fine del Risorgimento monarchico invece non si sa esattamente quale sia stata. Non certo la presa di Roma, che ancora mancava Gorizia, come dopo la prima guerra mondiale, mancava Fiume e poi il Carnaro, anche il Carnaro era italiano. Il Risorgimento dei Savoia non si chiude nemmeno con l’Impero donatogli da sua eccellenza il cavalier Benito Mussolini che comprende Libia ed Eritrea. Impero conquistato con poco onore militare, grazie ai gas ed ai campi di concentramento. Vero che Italo Balbo fu un ottimo governatore della Libia, tale da far persino dimenticare i misfatti commessi da Graziani. Infatti il duce si tenne stretto Graziani e lasciò morire Balbo. Il Risorgimento dei Savoia sarebbe continuato ancora con l’Albania, la Jugoslavia, la Grecia. A quel punto si incrociò con Hitler. Il Risorgimento sabaudo finisce mestamente allora. Con tutto il rispetto per Montanelli.

Il Risorgimento repubblicano interrotto tragicamente nel 1849, sarebbe dovuto invece ripartire nel 1946 e per certi versi ci riuscì anche, il voto alle donne, il boom economico, il divorzio che in Francia esisteva dal 1800 e in Italia lo si contestava ancora nel 1974. Poi qualcosa, magari, non deve aver funzionato. Evitiamo di scrivere sciocchezze, servono almeno cinquant’anni per analizzare i fatti compiuti della storia.

Riccardo Bruno

Pubblicato in : Editoriale

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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