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Storie di fratelli nella Germania di Hitler

di Paolo Marini | 22 Aprile 2012

“Mamma e papà dissero che mio fratello ed io dovevamo lasciare la nostra casa di Berlino, da soli, a breve”. 

L’11 settembre 2001, mentre il mondo è col fiato sospeso sul World Trade Center di New York, Benno ha la conferma che i suoi genitori e il fratellino Charlie sono morti ad Auschwitz. Insieme al fratello Heinz e grazie al Kindertransport egli è uno dei 9.600 bambini ebrei che dalla Germania, prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale, sono stati evacuati (e salvati) in Inghilterra. Il racconto della vicenda non necessita di tante spiegazioni: “Non è facile per me – rammenta Benno –, ma nel gennaio 1939 ero a tavola con i miei genitori e i miei fratelli (…). Mamma e papà dissero che mio fratello ed io dovevamo lasciare la nostra casa di Berlino, da soli, a breve. Riuscite a immaginarvi – domanda alla moglie e alla figlia – se questa fosse l’ultima sera della nostra famiglia insieme?”. Benno e Heinz impiegheranno del tempo per capire che in quel viaggio denso di incognite e di peripezie i genitori avevano riposto la speranza della loro salvezza: a quella decisione essi debbono la vita. Sono le figlie di Benno, Susy Goldstein, Gina Hamilton e Wendy Share ad aver pubblicato il suo diario, per la prima volta, in Canada nel 2008. Oggi, grazie alla traduzione di Renata Mayer, “Dieci marchi e un biglietto del treno” (Mauro Pagliai Editore, € 10,00) è disponibile anche in Italia. Così essenziale, ed onesto, è il racconto di Phillip Von Boeselager (“Volevamo uccidere Hitler”, Oscar Mondadori, € 9,50), giovane ufficiale di cavalleria della Wehrmacht, tra i numerosi sodali dell’Operazione Valchiria, che avrà la fortuna di sopravvivere al suo fallimento e alla fine del Terzo Reich. E’ importante leggere la storia sua e di quel fratello, Georg (anch’egli ufficiale dell’esercito), che è un pensiero ricorrente dell’autore e con cui condivide numerose esperienze belliche. Provengono da una famiglia nobile, il padre Albert era un uomo raffinato, un letterato che parlava cinque lingue; educati al cristianesimo e alla libertà, amavano la caccia che “non era solo un modo per temprare il corpo: ci preparava, senza che lo sapessimo, alle leggi della vita, alle lotte dell’esistenza”. Nel 1942 Phillip, aiutante di campo del feld-maresciallo Von Kluge, si imbatte per la prima volta nei crimini perpetrati dalle SS in Russia: ciò che era stato oggetto di sospetti e dicerie ora lo apprende con certezza dalla viva voce di un carnefice. E’ la svolta nella sua visione di una guerra che aveva creduto di combattere per un modello di civiltà e che si mostra piuttosto quale cruda espressione di una dittatura, di un “totalitarismo omicida”. Non sembri banale la conseguente scelta di aderire alla resistenza: la rivolta all’autorità è – come noto, per la mentalità tedesca – qualcosa di impensabile. Senonché è in gioco, qui, qualcosa di radicale: la possibilità di essere e sentirsi ancora uomini. E ancora il dissidio segna, stavolta, il racconto di Uwe Timm e il suo gioiello letterario “Come mio fratello” (Oscar Mondadori, € 8,40): un fratello molto più grande che a diciotto anni si arruola volontario nella SS-Totenkopfdivision e di cui non ricorda neppure il volto. Nel suo diario dal fronte russo, scritto prima della tragica morte nel 1943 e che legge con l’ansia di comprendere, è sempre la solita e rituale registrazione di fatti: mai una debolezza, un cedimento alla paura o alla disperazione, né traccia di travaglio fisico – neppure dopo il grave ferimento. Che cosa si nasconde dietro questo silenzio? Chi era Karl-Heinz e che cosa pensava, a quali “cose orribili” ha partecipato o assistito? Il dubbio si trasforma in desiderio “che il vuoto possa significare un no, un ‘non servo’, con il quale si inizia l’abbandono dell’ubbidienza e che richiede più coraggio di quello richiesto ai carri armati che avanzano (…) nelle trincee.”. Le vicissitudini di una famiglia tedesca assurgono a tragedia di un popolo: non solo per la guerra, quanto per il pesante fardello della memoria (così mirabilmente descritto in “The wages of guilt” di Ian Buruma) che è il lascito della industrializzazione dello sterminio e della sua riduzione a qualcosa di ordinario, perfino di banale. E dopo un crescendo di tensione letteraria, esplode e commuove il pianto, liberatorio e sincero, dell’autore: “… piango come se dovessi piangere tutte le lacrime soffocate, piangere anche per l’ignoranza e la volontà di ignorare di mia madre, di mio padre, di mio fratello (…). Non hanno saputo perché non volevano sapere, perché hanno allontanato lo sguardo”.

Pubblicato in : Invito alla lettura

Info Paolo Marini

Nato a Siena nel 1965, vive a Firenze da oltre quarant’anni. Laureato in giurisprudenza nel 1991, dopo una intensa militanza politica nel Partito Liberale (1984-1993) ha scelto di impegnarsi al di fuori del sistema dei partiti. Appassionato di arte, letteratura, storia, filosofia e diritto, ha pubblicato “Dal patto al conflitto” (1999) – critica radicale alla concertazione e ai suoi riti – e due volumi di poesia – “Pomi Acerbi” (1997) e “All’oro” (2011) -, oltre a numerosi articoli per varie testate, cartacee e on line. Avvocato civilista e del lavoro e consulente di imprese, ha al proprio attivo anche pubblicazioni – libri, articoli, note di commento, check list – soprattutto in materia di diritto e procedura civile, protezione dei dati personali e responsabilità amministrativa di enti e persone giuridiche.

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