Come nasce un film, o per meglio dire come nasce questo film?
Un libro di Lisa Genova, neuropsichiatra che si occupa di Alhzeimer, la cui protagonista è colpita dalla malattia che ti sprofonda nel baratro in cui perdi la memoria e te stessa.
La proposta dei produttori di trasformare il libro in sceneggiatura rivolta a Richard Glatzer e Wash Westmoreland, un’occasione da non perdere, un sogno che si avvera, ma, come in tutte le storie vere di vita, c’è un ma: Richard Glatzer poco tempo prima si era sentito diagnosticare la SLA, l’altra malattia contrapposta all’Alhzeimer. Una ti lascia intatto il corpo e ti devasta la mente, ti annienta, ti sottrae a te stessa prima ancora che agli altri; l’altra ti lascia intatta la mente e ti devasta il corpo. Scelta l’attrice, che come dichiara Westermoreland, accetta la parte dopo due ore dalla proposta, “il tempo di leggere il libro”, inizia il lavoro di preparazione al film.
Una grande Julienne Moore, alla sua quarta nomination all’Oscar, vincitrice quest’anno del Golden Globe, può chiedere a gran voce quell’Oscar che le spetta di diritto.
Ci sono tante cose nel film oltre ad Alice docente di linguistica alla Columbia University di New York: c’è l’amore tra marito e moglie, l’amore per i figli, i contrasti tra Alice e Lydia, la malattia, il dolore, la voglia di non arrendersi mai, ci sono egoismi e rivalità, ma la scelta dei registi (Richard Glatzer è stato sul set anche quando poteva muovere solo un dito) è stata quella di puntare tutta l’attenzione su Alice che viene ripresa spesso di spalle, quasi che i registi volessero allontanarla dal pubblico in sala, come a sottolineare “questa storia è tutta sua” e mentre cresce la sua paura (teme di avere un tumore al cervello) la macchina, per la prima volta, riprende in primo piano il suo volto smarrito mentre tutto quello che la circonda è sfocato e sono figure sbiadite, sfocate, i compagni della Moore sul set.
C’è un gioco di specchi mentre avanza la malattia e Alice vede la se stessa di prima, avanza anche la macchina che inquadra con pudore e delicatezza il volto di Alice, i suoi occhi sempre più vuoti, i suoi silenzi sempre più lunghi inframezzati da rari momenti di lucidità struggente che i familiari e gli spettatori imparano a conoscere.
Fanno male i tentativi di conservare la memoria: scrive sull’ I Phone nomi, indirizzi, ricette, usa il computer “Ciao Alice, io sono te…” in un tentativo di guida al suicidio, quando anche la dignità comincerà a svanire, ti spacca il cuore l’estraniamento , non ricorda dove è il bagno nella casa in cui è cresciuta, non riconosce la figlia alla fine di una recita, si presenta più volte alla fidanzata del figlio durante una cena di natale.
Alice per tutto il film porta al collo un ciondolo, una farfalla, quasi simbolo della sua memoria che dura sempre meno e se ne andrà verso la fine, verso lo schermo bianco del finale del film, verso il bianco che è la nostra mente priva di ricordi, priva di presenze, priva dell’essere Still Alice (Ancora Alice).

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