
Come spesso accade, la colpa è di noi Millennial. Facciamo un passo indietro. La Generazione Z, protagonista di questo pezzo, inizia nel 1997. Hanno vissuto le stesse crisi dei Millennial, ma ci sono arrivati dopo. Repubblica li definisce la generazione della permacrisi. Ma pure noi Millennial abbiamo vissuto lo stesso. Qualcuno di noi ha vissuto pure Chernobyl se vogliamo mettere i puntini sulle i. Il punto è che i Millennial, soprattutto in Italia, sono la generazione sconfitta. Non abbiamo vissuto gli anni del boom economico e non abbiamo vissuto gli anni 80/90 nel mondo del lavoro. Le battaglie generazionali (una più idiota dell’altra) sono state quelle No Global e pacifista globale. Puntualmente perse. Per fortuna, direi. Però comunque perse.
Il nostro modello economico è quello delle start up milionarie, drogate dai tassi zero e dal bazooka di Draghi. Un modello economico che è già venuta giù quasi del tutto, anche se qualcuno pare crederci ancora. Però, ecco, qui sta il punto: noi Millennial siamo l’ultima generazione ad averci creduto davvero e ad aver lottato. Io mi ricordo che c’era sempre qualcuno a sostenere anche le scelte più impopolari nelle scuole. Non c’era un pensiero unico: c’era un pensiero dominante e qualcuno che vi si opponeva. Ovunque eh, dalla politica nazionale (alternandosi tra Berlusconi e Prodi) al mondo giovanile (No Global contro libero mercato, pacifisti contro Neo Con). Ecco, il tema è che, non chiedetemi come sia possibile, ma abbiamo perso tutti. Entrambe le parti. Non dovrebbe essere possibile. Eppure…
La Gen Z ha, dunque, preso dovutamente nota e si è posta due domande: 1. Perché lottare? 2. I Millennial hanno perso per primi, come possiamo distinguerci nella scala della sconfitta?
Da queste due domande è nata una generazione di sconfitti per vocazione. Non si limitano a perdere, intendono essere i perdenti più grandi. Per questo hanno costruito una piramide rovesciata, chiamata intersezionalità, con cui determinare chi sia più oppresso. Ovvero chi sia il perdente migliore. O meglio, non l’hanno creata (creare qualcosa è sempre una vittoria), l’hanno importata. Questa piramide ha regole rigide: cosa si può dire, pensare, come e dove si possa dire. Chi ne esce diviene homo sacer: impuro per eccellenza, preda per tutti. Naturalmente, giustificare questa follia richiede una adeguata cornice.
E allora via all’ecologismo apocalittico, per cui moriremo a breve tutti e malissimo. Se sono gli ultimi giorni, perché preoccuparsi di costruire, vincere o vivere? Conta solo la dimensione virtuale in cui dare la caccia all’impuro. I rapporti sono virtuali. Alla scuola e allo Stato si chiedono regole in qualsiasi ambito. Ricordo ancora con infinito disgusto le richieste avanzate dagli studenti dell’Istituto Superiore Molinari al Ministro Valditara in occasione dei cinquant’anni dell’uccisione di Ramelli: vogliamo l’educazione sessuale per superare i nostri complessi a letto. A 16 anni. Lo Stato è, dunque, un dio crudele perché non ti dà le regole per vincere la grande corsa alla piramide rovesciata.
Il punto più basso lo abbiamo toccato a giugno quando c’è stata una manciata di casi (che l’anno prossimo cresceranno se qualcuno non li ferma) di gente che ha preferito uscire con 60 dalla maturità che fare l’orale. È davvero il nadir di una generazione a cui non frega nulla dell’eccellenza, perché le virtù sono tutte negative e vince il caso umano più abietto. Come detto, i Millennial hanno perso perché hanno preso più schiaffi di quanti ne potevano sopportare. La Gen Z si è portata avanti, pianificando una sconfitta a tavolino altamente coreografata, così da farci un Tic Toc e provare a fare qualche milione di views.
Da due giorni imperversa su Repubblica uno studente che, ripreso da Salvini per le enormità che stava dicendo sul Ponte, si lamenta perché la gente adesso lo odia. Noi avremmo pagato perché la politica si accorgesse di ciò che dicevamo. Loro, quando finiscono sotto i riflettori, invece di provare a diventare leader, devono scusarsi di esistere e piangere copiosamente. Ma ve le ricordate le Sardine? Il movimento che fece perdere l’Emilia Romagna al centrodestra nel 2020? Santori? Santori era un Millennial. Ci provò a diventare qualcuno. L’anno scorso è sceso in piazza con i giovani Bolognesi. Lo hanno fischiato e cacciato dal corteo. Non ha perso in maniera abbastanza spettacolare. Anzi, ha pure vinto. Sia Anatema!
Fra un paio d’anni, i Gen Z più vecchi faranno 30 anni. Sul lavoro non stanno performando particolarmente bene. Dopotutto farlo implicherebbe rischiare di vincere. Molto meglio focalizzarsi sull’equilibrio vita-lavoro. Ovvero fare il meno possibile per non essere licenziati e passare il tempo a fare cose gratificanti. Tanto costruire è inutile, l’apocalisse è dopodomani. E poi, costruire, come detto, è una vittoria, quindi ti allontana dal Nadir della piramide rovesciata.
La colpa, dicevamo, è però dei Millennial: non siamo riusciti a comunicare a questi fratelli minori che quello che dovevano apprendere da noi è che noi non ci siamo (per ora) arresi. E resistiamo, per quanto possibile. Se lo avessimo fatto, se ci avessimo davvero creduto fino in fondo, forse saremmo stati un esempio migliore. Invece siamo stati dei Santori, travolti dalla smania di narrare invece che di fare. E quando siamo stati sconfitti abbiamo raccontato la cosa in maniera così avvincente che alla fine nessuno si è più appassionato ai vincitori.
Solo ai vinti più coreografici.
Luca Rampazzo

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