“Non amo gli arroganti e i convinti che fanno mostra di sé. Preferisco l’umiltà degli invisibili. Quelli che sono qui non per spaccare il mondo ma per riattaccarne i pezzi”. Diceva un vecchio saggio.
Sempre quando i buoi son già scappati. L’acciaio, come quello dell’Ilva, non sarà abbastanza solido da tenere e sostenere questa ennesima debacle dovuta a un rincorrersi di errori madornali susseguiti negli anni. Anzi, nei decenni. Ma anche negli ultimi giorni a poche ore dal dramma .
E si sente parlare di paratie non aperte, di nulla osta non dati, di paure di ricatti, di ritardi nei lavori, evidentemente fatti non a regola d’arte. Insomma di grande incompetenza.
Sul Mose, al quale l’unica cosa che sembra mancare per fermare le acque è l’accento sulla e, si trovano d’accordo perfino pareri di solito incompatibili, Emanuele Filiberto che ci informa di pensarla più o meno come Cacciari su incompetenze e bugie che caratterizzano questo evento di una tragicità incommnsurabile. Senza un accenno di mose, l’ultimo evento simile, ma meno grave, risale all’800
Come al solito il balletto delle responsabilità e relative fatalità si riverbera su imbrogli, su cambiamento climatico e bora eccezionale. Mentre le colpe, evidentemente collettive, muoiono fanciulle.
E mentre Zaia, che tagliò il nastro, si chiede perché i 5 miliardi spesi stiano ancora sott’acqua, Fiengo, il commissari o, denuncia che per ogni test, servono mille autorizzazioni e che siamo ancora in una fase sperimentale. Udite udite. Quando è arrivato, sottolinea , ha “trovato cose pazzesche, altro che il 93 per cento del Mose già realizzato! Quelli che chiamavano impianti, erano semplici forniture. È come se io avessi quattro ruote, un volante e mezza scocca, tutto ancora da assemblare, e dicessi che quella è un’auto pronta da guidare..” E poi pezzi smontati, prototipi virtuali. E, al posto di una Control Room, una sala operativa, allestita all’Arsenale, con monitor come alla Nasa, oggi, come qualsiasi cattedrale nel deserto, c’ è una stanzetta anonima e spoglia. Dato che avevano deciso di rifarla e mai portata a termine. Ci sarebbero 78 dighe mobili, racconta qualche coraggioso, ma “è come se avessimo costruito la Tour Eiffel in fondo al mare e nessuno potesse vederla e ammirarla”.
Mentre da Chioggia, Ferro, il sindaco M5s, ripete che si poteva fare prima, sostenendo che esiste un baby-Mose, una piccola diga che blocca il canale principale, e funziona da cinque anni. Il Mose avrebbe dovuto essere testato sul campo martedì sera. Nel pomeriggio aveva contattato Fiengo. C ’era ancora il tempo, ma nessuno si prendeva la responsabilità di attivare il marchingegno. Forse sarebbe servito un po’ di coraggio, scegliendo magari il male minore.
Pare che, alzando le dighe anche parzialmente, il disastro si poteva evitare.
Carla Ceretelli

Lascia un commento