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Spiazzare destra e sinistra? Si può, ma dopo?
L’ONDA LUNGA DI TREMONTI

Una sfida difficile: andare avanti senza tornare indietro. Di Elio Di Caprio

di Elio Di Caprio | 26 Ottobre 2009

Tutti a parlare di Tremonti e del posto fisso preferibile alla mobilità. Ancora una volta tutti spiazzati a destra e a sinistra- è divertente lo spettacolo- di fronte a una svolta più di carattere culturale che pratico, visto che non bastano le buone parole, sia pure autorevoli di un Ministro come Tremonti, ad invertire un processo che negli ultimi 15 anni è stato considerato ineluttabile in sé per i grandi cambiamenti tecnologici che hanno cambiato il mondo del lavoro, non solo in Italia.

Tra tanti attori questa volta Tremonti ha rubato la scena persino a Gianfranco Fini che con la sua Fondazione tocca temi più alti, ma mai si è soffermato sull’Italia futura dei precari o dei non garantiti o sulla partecipazione all’impresa dei lavoratori, come più volte ha fatto il nostro Ministro dell’Economia. Il Ministro questa volta ha aperto un fronte molto più insidioso di discussione e di ulteriore divisione tra i partiti intruppati in un modello bipartitico sempre più carente di rappresentatività e di idee. Cosa fare? Difendere a denti stretti e con i dovuti distinguo le riforme Biagi e Treu sulla flessibilità del lavoro o andare oltre per magari tornare in qualche modo indietro alla rigidità dello Statuto dei lavoratori di Gino Giugni, con i conseguenti rischi di un nuovo pansindacalismo esasperato a cui neppure i frastornati segretari delle tre o quattro Confederazioni del Lavoro saprebbero tener dietro? Bel dilemma per chi ci governa e per un’opposizione ancora una volta presa in contropiede.

Meglio il Brunetta esagitato contro i fannulloni del posto fisso o meglio il veggente e riflessivo Tremonti che si preoccupa della coesione sociale e per questo il posto fisso se lo tiene ben stretto e con esso lo Stato protettivo e assistenziale? Quello del posto fisso preferibile al mobile non è un innocuo argomento da talk show. Tanto è vero che Silvio Berlusconi si è subito fiondato a sostenere le “nuove” idee di Tremonti, tanto per non venir meno al suo stile ecumenico che lo porta (a parole) a sposare tutte le cause, anche le più contrastanti, pur di cavalcare il consenso da sondaggi.

Il sasso nello stagno lanciato da Tremonti potrebbe però avere conseguenze molto più dirompenti di un’innocua presa di distanza da ciò che finora è stato considerato “politically correct” in campo economico e sociale, mette in dubbio la flexsecurity ed altre formule anglosassoni importate che cercano invano di coniugare flessibilità e sicurezza del lavoro con risultati tutt’altro che soddisfacenti per le nuove generazioni.

La critica di Tremonti- sarebbe meglio dire autocritica- non si ferma qui, mette in causa l’intero processo di deregolamentazione ( prima quella finanziaria e ora quella del mercato del lavoro) e di privatizzazione che negli ultimi 15 anni – è l’epoca centrale del prevalente berlusconismo- è stato accettato acriticamente tanto a destra come a sinistra come l’unico in grado di aumentare la competitività e di liberare nuove energie imprenditoriali. L’autocritica se fosse portata fino in fondo dovrebbe ben riguardare l’inutile battaglia ( di retroguardia, a questo punto?) del secondo governo Berlusconi per abolire l’art.18 dello Statuto dei lavoratori poi allegramente aggirato con la nuova pratica che ha consentito agli imprenditori di fare a meno dei licenziamenti e di assumere prevalentemente a tempo determinato le nuove leve di lavoro.

Non per nulla in tempi di crisi come l’attuale sono proprio i lavoratori con contratti flessibili i più esposti e vulnerabili se è vero che l’85% delle cessazioni tra gennaio 2008 e giugno 2009 ha riguardato i contratti a tempo determinato. Ci aspettiamo che il Ministro Tremonti continui nella critica degli ultimi 15 anni – di poco sviluppo se guardiamo all’andamento del PIL nazionale inferiore alla media europea- e che da un giorno all’altro metta sul banco degli imputati con nome e cognome le tante privatizzazioni, a partire da quella di Telecom per come è stata gestita e piegata agli interessi privati, con il conseguente ritardo nella creazione di infrastrutture tecnologiche essenziali per il sistema economico nazionale ( tra cui la banda larga) che non trovano capitali privati sufficienti per essere realizzate.

Tutto sbagliato dunque e bisogna tornare indietro? Certamente no. Come dice il Sole 24ore, anche in tempi di crisi, dal mercato e dalla globalizzazione indietro non si torna. Il giornale della Confindustria invita a non abbandonare il paradigma necessario alla modernizzazione che implica quattro pilastri irrinunciabili: il mercato, le regole, l’Europa e la coesione sociale. Belle parole.

La critica di Tremonti, pare di capire, mette in causa proprio le regole che riguardano un mercato particolare, quello del lavoro flessibile, che ha effetti diretti sulla tenuta della coesione sociale complessiva, ora e per il futuro. Dobbiamo a questo punto giudicare Giulio Tremonti reazionario perché attacca i pilastri della modernizzazione o sindacal-socialista perché difende il posto fisso? Oppure ci troviamo- è l’ipotesi più probabile- di fronte ad un inedito modello di destra e sinistra insieme, grazie a un gioco delle parti tra Berlusconi, Tremonti e Brunetta, sotto l’ombrello di un nuovo ( e confuso) populismo? Tutto può essere, ma questa del posto fisso non può essere trattata come una boutade solo propagandistica, crea aspettative e riflette tensioni sociali di lunga data, scompaginano ancor più invece di unire l’incerta coalizione che ci governa.

Se ci fosse un movimento studentesco degno di questo nome la palla verrebbe subito colta al balzo e avremmo nelle strade italiane un’ “onda” di tipo nuovo pro Tremonti, non pro governo, di studenti e precari che non credono per il loro futuro alla mobilità in sé come valore e pensano che il posto fisso- ma meglio sarebbe dire stabile – sia la base più solida su cui organizzare il progetto di vita e di famiglia, come dice il Ministro. La traccia già c’è, l’ha data un Ministro della Repubblica con l’avallo (obbligato?) dello stesso Presidente del Consiglio. Cosa si aspetta?

Elio Di Caprio ( da Terza Repubblica – quotidiano on line di Società Aperta )

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