
di Elena Marisol Brandolini*
Pedro Sánchez passerà alla storia forse per essere stato il primo capo di governo europeo a essersi opposto alla guerra di Donald Trump contro l’Iran e a denunciare la mattanza israeliana nella Striscia di Gaza come un genocidio. Così pure José Luis Rodríguez Zapatero, suo compagno di partito e predecessore nella carica di presidente dell’esecutivo spagnolo, è ricordato per essere stato tra i primi al mondo a legalizzare il matrimonio omosessuale e per avere messo fine al terrorismo basco dell’Eta. Eppure, Sánchez, con un paese che ostenta un ritmo di crescita doppio rispetto a quello dell’Unione europea, rischia di essere travolto dai diversi scandali che interessano il suo intorno familiare e il partito socialista che è alla guida del paese, sottoposto a un incessante fuoco di fila dell’opposizione che ne richiede le dimissioni immediate. Mentre Zapatero, suo principale sostegno politico nel Psoe e riferimento per gran parte della sinistra spagnola, vede la propria reputazione oscurata dall’accusa mossagli dalla giustizia spagnola per reati di rilevanza penale, come quello di traffico di influenze nel riscatto della compagnia aerea Plus Ultra per 53 milioni di euro ai tempi del Covid e di guida di una trama di corruzione con origine spagnola e diramazioni internazionali.
Di fronte a una situazione così avversa agli interessi suoi e del suo partito, Sánchez si è attivato in modalità resilienza, inizialmente denunciando l’opposizione “imbrogliona” che continua a manovrare contro il suo governo e confermando che la legislatura si concluderà alla sua scadenza naturale nel prossimo anno. Quindi ha tentato di riprendere l’iniziativa, difendendo le politiche progressiste degli ultimi otto anni promosse dai suoi esecutivi e promettendo addirittura una nuova legge di bilancio per il 2027, dopo non essere riuscito a farne approvare nessuna nel corso di questa legislatura. D’altronde, ha sempre sostenuto che i fondi europei attivati per la ripresa post-Covid siano stati altrettanto efficaci delle leggi finanziarie annue per sovvenzionare i progetti di sviluppo economico e di coesione sociale. E i dati macroeconomici sono lì a dargli ragione: la Commissione europea ha aggiornato le previsioni di crescita del Pil spagnolo, elevandole al 2,4% nel 2026, contro l’1,1% della Ue.
La domanda interna è il motore della crescita spagnola: cresce il consumo per l’aumento e la stabilità dell’occupazione e per l’evoluzione degli investimenti, sempre più diretti verso i settori delle energie alternative, dell’innovazione digitale e della ricerca. L’occupazione supera i 22,3 milioni di affiliati alla sicurezza sociale, con un abbattimento importante dei contratti a tempo determinato grazie alla riforma del mercato del lavoro, facendo registrare il massimo di donne e uomini impiegati e soprattutto per l’impulso dato dall’occupazione di lavoratori stranieri (circa 3,4 milioni di persone), mentre si sta dispiegando il piano di regolarizzazione dei migranti promosso dal governo. Una crescita dell’economia, dunque, centrata su politiche opposte a quelle delle estreme destre e poste già in atto dai governanti affini all’ideologia trumpiana. Dove la spesa pubblica gioca un ruolo importante in termini di trasferimenti (una sorta di scudo sociale, com’è il minimo vitale), il contributo della popolazione migrante è accolto come una risorsa, i lavoratori godono di un salario minimo che rappresenta il 60% di quello medio e cambia il modello di sviluppo nel senso di una transizione più equa ed ecologica. Ciò non toglie che rimangano i problemi relativi alla bassa produttività, alla crescita dei salari reali, rimasti sostanzialmente stabili e, soprattutto, all’emergenza della casa, con prezzi di affitto stellari che impediscono ai giovani di emanciparsi.
Dopo un primo momento di shock davanti alle ultime inchieste giudiziarie, la componente del governo socialista è scesa in difesa dell’onorabilità del partito, accusando parte della magistratura di essere connivente con le destre nel tentativo di destabilizzare il quadro politico, facendolo precipitare in una convocazione elettorale anticipata. Certamente la coincidenza nella tempistica della notizia di nuove istruzioni giudiziarie con la celebrazione di eventi pubblici alla presenza di Sánchez appare quanto meno sospetta. Le destre spagnole non hanno mai accettato i governi di Sánchez fin dal principio, ne hanno criticato le maggioranze considerate illegittime e hanno usato tutte le leve del potere per fare opposizione, tra cui anche parte dei vertici della magistratura. Che nel passato, con la polizia cosiddetta “patriottica”, hanno costruito dossier falsi per perseguitare l’indipendentismo catalano e Podemos. Una magistratura in alcune sue parti ribelle, che si è rifiutata di applicare fino in fondo una legge dello Stato riguardante l’amnistia degli indipendentisti, sensibile al motto di José María Aznar: “Chi può fare, faccia”.
Difficile però liquidare tutto solo come un complotto ordito dalle forze della reazione. Nelle cause che riguardano l’intorno del presidente socialista, ce ne sono un paio prive di fondamento, ricavate da articoli di giornale e denunce di organizzazioni di estrema destra, come quelle contro sua moglie Begoña Gómez e suo fratello David. Ma ci sono le accuse molto sostanziate di corruzione contro l’ex ministro dei Trasporti José Luis Ábalos e l’ex segretario di organizzazione socialista Santos Cerdán, che finora però non sembrano alludere a un finanziamento illecito del partito. Ci sono le gravi accuse mosse a Zapatero, che corrono sulla sottile distinzione tra lobbismo e traffico di influenze e che finora sembrano basarsi più che altro su indizi e deduzioni: tutti aspettano la sua dichiarazione davanti al giudice nei prossimi giorni. E poi c’è l’ultimo caso, scoppiato il giorno in cui Sánchez era ricevuto dal Papa a Roma: quello di una possibile trama sorta all’interno del partito di intimidazione a poliziotti e magistrati che stavano investigando casi di possibile imputazione di esponenti socialisti vicini al presidente e su cui Sánchez ha appena dichiarato la propria estraneità e avversione.
Dal giugno del 2018, con la mozione di sfiducia a Mariano Rajoy, si sono susseguiti tre governi sotto la guida di Pedro Sánchez che, pur con maggioranze fragili, è rimasto stabilmente alla guida del paese per otto anni. Invano il Partito Popular cerca di attrarre gli alleati della maggioranza verso una mozione di sfiducia per convocare nuove elezioni. Anche i soci di maggioranza considerano la legislatura finita, ma nessuno vuole assumersi la responsabilità di consegnare il paese nelle mani di PP e Vox. La linea rossa che hanno indicato per far cadere il governo è quella del finanziamento illecito del Psoe. Si è soliti sostenere che Sánchez si rafforzi nelle avversità. Per il momento, il presidente rinvia le spiegazioni a una prossima sessione della Camera a fine mese, confidando nell’imminente visita del Papa e nell’avvento dell’estate.
Elena Marisol Brandolini
*Istituto Ispi

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