Premessa doverosa e necessaria amo la fantascienza, sia quella della letteratura, sia quella dei film. Sono rimasta in sala col fiato sospeso vedendo “Gravity” e cercando di non lasciarmi disperdere nello spazio dalle orbite ellittiche, cercando di capire il gioco di Cuaron e il suo finale positivista agli estremi( forse necessario per la spettacolarizzazione completa in vista dell’Oscar). “Interstellar” e Nolan mi hanno avvicinato me, tutta storia, letteratura e poesia, alla fisica quantistica e ho creduto all’esistenza del mondo parallelo. Basterebbe trovarsi nella giusta angolatura della traiettoria al momento giusto per aprire quel corridoio che potrebbe cambiare la visione del mondo.
Quindi e non è solo e semplice conseguenza non potevo non vedere e amare l’ultima opera del maestro Ridley Scott “The Martian-Sopravvissuto”.
Dopo aver preso posto nella tua poltroncina, trovata la giusta distanza dallo schermo, non resta che lasciarsi prendere dalla storia. In poche parole durante una missione su Marte una tempesta di sabbia separa i membri della missione. Uno dei componenti, creduto morto, viene abbandonato dai compagni che lasciano il suolo inospitale per mettersi in salvo.
Ripresosi dallo svenimento Mark Watney (Matt Dammon) deve ingaggiare un combattimento non certo ad armi pari, con il destino che lo attende. Non è una lotta contro gli alieni ma è una lotta all’ultimo sangue, perché Mark dovrà lottare, più o meno da solo, per la sopravvivenza in un ambiente che più desolato e inospitale non si può. A Mark Watney, quindi non resta che diventare artefice del proprio destino, deve e vuole sopravvivere, tornare a casa, si impone di farcela e la sua volontà nella solitudine assoluta mi fa venire in mente la poesia di Henley “Non importa quanto sia stretta la porta/quanto piena di castighi la vita./Io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima”.
I versi sono citati da Mandela nel film omonimo, interpretato anche da Matt Dammon nella parte del capitano della squadra di rugby, e chissà, forse è venuta in mente anche a lui, (da qualcuno definito “nerd” così come il film…ma per favore!) nell’interpretare la parte di Marty.
Quando la Nasa si rende conto che c’è un sopravvissuto su Marte parte la corsa a “riportiamo a casa il nostro ragazzo” mentre ai compagni non resta che colpevolizzarsi sulla via del ritorno. Ma non c’è patriottismo ad ogni costo, non c’è esibizionismo a stelle e strisce . Mark , novello Robinson Crosue , aggiusta quello che gli può servire , pianta le patate e concima la sabbia del deserto con gli escrementi, le patate devono crescere, ne và della sua sopravvivenza, E’ un botanico e mette a frutto le sue conoscenze; ottiene l’acqua basandosi sui suoi ricordi di chimica facendo reagire idrogeno e ossigeno e questi passaggi che raccontati potrebbero sembrare noiosi, nel film fanno sì che passino le due ore e mezzo senza che tu te ne accorga.
Il bello del film è che Ridley Scott, il padre della Sci-fiction , in piena era digitale gira senza ricorrere al digitale estremo e usando con molta parsimonia gli effetti speciali.
Il pianeta rosso è sul nostro pianeta, infatti sono la sabbia e le rocce della Giordania quelle che vediamo nel film di Scott che poi, ovviamente mette molto della sua visione onirica per ammaliarci e tenerci bloccati alla poltrona: le sue immagini ci affascinano e anche una volta usciti dalla sala abbiamo negli occhi le sue capacità di ripresa, basti pensare alla ripresa della tempesta di sabbia che investe, disperde e stordisce la missione all’inizio del film.
Da vedere assolutamente che si ami o non si ami il genere.

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