La scena: un teatro con mille imprenditori in assemblea. Tema: il nord, le tasse, lo squilibrio. Non è un esame di maturità. Personaggi e interpreti: un ministro del lavoro, un vicesegretario di partito, un sociologo che spara verità, anche sgradevoli, per una certa politica. Sacconi cerca di spiegare ai disillusi industriali cosa vuol dire “meno stato e più società”. Più pepe meno sale? Mah. Enrico Letta cerca di spiegare cosa pensa il pd del problema di Pomigliano d’Arco. Pensieri e parole. Opere e omissioni. Bel problema. Poi la stilettata di Luca Ricolfi, sociologo che va per la maggiore, per i suoi seguitissimi interventi sul “divario” Italia. “Se non si risolve il problema dei soldi e degli sprechi non c’è federalismo che tenga”. E non è un problema di nord contro sud, ma di sprechi di alcuni nord contro le virtù di altri nord, e tra gli sprechi del sud contro le virtù di alcuni del sud. La geografia degli sprechi in effetti non è così semplice. Sprechi non solo intermini di soldi buttati in spese non produttive o di semplice rappresentanza o di clientelismo, ma sprechi nel senso più moderno: spendere fuori programmazione standard, pagare in una regione la stessa prestazione sanitaria quattro volte quello che costa in un’altra. Là! Ma, secondo Ricolfi, bisogna guardare anche nel flusso di certi trasferimenti a regioni autonome che guarda caso acuiscono il divario. Vivere in Alto Adige è molto più bello che vivere in provincia di Belluno, anche se sono province di confine perché il Sud Tirol ha vantaggi dall’autonomia che il bellunese si sogna. Le quantità in gioco: 50 miliardi gli euro , minimo, che Il nord regala al sud. 120 i miliardi di euro che lo Stato non riesce a incassare perché milioni di cari concittadini italiani evadono il fisco. Conclusione: difficile,molto difficile, fare un buon federalismo (oltre il solito sport di riempirsi la bocca di frasi roboanti) se non si combatte l’evasione, difficile aggiustare il divario se certi autonomismi portano a squilibrio. Due settimane fa sulla Voce avevamo scritto che al di là della questione province c’è un problema grosso di spese inutili regionali, citando il caso delle missioni e della rappresentanze all’estero. L’altro giorno il Corriere (della Sera) ha scoperchiato il bubbone delle centinaia di ambasciate estere che hanno le regioni italiane. Che costano bei soldini. Chissà quanto si rastrella dai bilanci regionali se andassimo veramente a cancellare tutte quelle attività che non sono strategiche se non alle clientele?! Un miliardo, due miliardi, 700 milioni? Forse meno, forse di più, ma sarebbe un segnale, sarebbe un mini finanziaria, sarebbe il costo di un piano Pomigliano. A proposito: un industriale, in quel teatro, si è lasciato scappare a mezza bocca una battuta infelice sui tanti “no” di Pomigliano. “Son dei poveri salami”. Può essere. Ma in un caso come questo bisogna chiedersi cosa significa quella alta percentuale di no all’accordo. 36 operai ogni cento hanno detto con il no che sono disposti a perdere anche quei 1200 1300 euro di salario, che per la quasi generalità significa il mantenimento della famiglia, pur di salvaguardare diritti storicamente acquisiti. Più di un terzo dei lavoratori coinvolti sembra disposto a scommettere tutto. Ecco: in una condizione come quella di Pomigliano, come quella campana, mi chiedo cosa vuol dire per un operaio scommettere tutto. E mi preoccupo perché tutto vuol dire essere tendenzialmente pronti a scontri di cui certo non avremmo sicuramente bisogno. Così dovrebbero preoccuparsi quelli che negano che c’è un problema sociale e si baloccano virtuosismi regionali che non hanno più storia.
Fabrizio Binacchi www.virgola1.splinder.com

Lascia un commento