La politica, si sa, è fatta anche di mode. Ora per esempio va di moda la crisi del socialismo democratico, o socialdemocrazia per gli audaci che non si vergognano dei termini da usare, ma ba¬dano alla sostanza. Tempo fa umilmente entrammo in polemica, non raccolta, con Michele Salvati quando affermava che la grande stagione della socialdemocrazia si era esaurita, con il rammarico, da parte nostra, che qui in Italia di questa stagione non s’era vista neanche l’ombra.
Tra le risposte che hanno interessato questo interrogativo mi piace segnalare quella data da Barbara Spinelli che, sulla Stampa di qualche settimana fa, ha coinvolto direttamente in questa re¬sponsabilità i vertici del partito comunista, i quali per decenni hanno nascosto alla base la verità sul¬la vera essenza del comunismo, con la conseguenza che l’Italia è rimasta senza alternanza per quasi mezzo secolo; dove per alternanza deve intendersi una proposta di governo di sinistra e democrati¬ca.
Ora, anche per effetto di una recente raccolta edita dal Mulino di scritti di Giuseppe Berta sul tema, la questio¬ne della crisi della socialdemocrazia conquista un rilievo di primo piano, come per affermare la ne¬cessità di un suo superamento verso un’ipotesi meno ideologizzata, semplicemente democratico-progressista che in Italia trova un suo punto di riferimento nell’esperienza del partito democratico.
La tesi fondamentale è che i partiti della sinistra europea, di fronte all’evoluzione dal neocapi¬talismo al turbocapitalismo [il termine, per fortuna, non è mio] della globalizzazione, abbiano di fatto abbandonato le istanze riforma¬trici per accontentarsi di assistere ad una gestione democratica di questo passaggio. E questo è an¬che vero, soprattutto se si guarda al Labour dell’epoca Blair ed alle conseguenze che questo ha in¬dotto in parecchi ambienti della sinistra continentale, ma è anche vero che la strada intrapresa può portare ad una consunzione della strategia della stessa sinistra nel momento in cui la depressione ed il fallimento del turbocapitalismo rilanciano in pieno gli angoscianti problemi legati all’instabilità del lavoro, alla precarizzazione, alle spinte che ci provengono dall’immigrazione e dagli esclusi di sempre, ora in crescente aumento. Tutto ciò che ripropone il recupero non di vecchie ricette, ma di un metodo di analisi che consenta di interpretare questo nuovo disagio e di proporre soluzioni per il welfare in linea con i bisogni emergenti o rinnovati, in una parola la riscoperta della socialdemocrazia.
E’ per queste ragioni che non si può non salutare con un auspicio di speranza la proposta lan¬ciata qualche settimana fa da ambienti vicini alla rivista “Le nuove ragioni del socialismo” di Ema¬nuele Macaluso, di un progetto di Associazione ispirata al socialismo democratico e liberale
[http://www.leragioni.it/2009/10/12/progetto-di-una-associazione-ispirata-al-socialismo-democratico-e-liberale/comment-page-2/#comment-348 ],
il cui assunto principale è di non credere all’ennesima teoria della morte del socialismo democratico, ma di essere interessati a partecipare alla costruzione delle risposte giuste su ciò che deve cambiare per uscire dalla crisi politica.
Va da sé che una tale iniziativa non può ridursi ad interessare gli epigoni sempre più consunti del vecchio partito socialista, ma debba intervenire direttamente in ciò che oggi si deve intendere per sinistra nel suo complesso, anche facendo leva sulle giovani generazioni dei dirigenti che non hanno mai subito i condizionamenti ed i riflessi della guerra fredda. Ma di questo parleremo un’altra volta.
Silla Cellino

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