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Soave vernacolo di Colle

di Paolo Marini | 1 Dicembre 2013

Il ‘vernacolo’, stando al “Dizionario di linguistica” di Gian Luigi Beccaria, è collocabile negli immediati paraggi semantici del ‘dialetto’, come suo perfetto sinonimo; tuttavia è anche possibile che si instauri un’opposizione tra i due termini.

1a bozzaSpesso si usa la ‘r’ al posto della ‘l’ – ‘dorce’ e non ‘dolce’, ‘Ber mi’ ‘olle’ e non ‘Bel mio Colle’ -; si dice ‘l’amiche’ anziché ‘le amiche’, ‘gnamo’ per ‘andiamo’; eppoi si fa scomparire la ‘r’, come in un gioco di prestigio, trasformandola in ‘m’, ‘t’, ‘s’, ‘c’, o ‘v’ (come in ‘voglio comprammi un’auto nuova’, ‘lui va a lavassi’, ‘mettetevi la tuta per non sporcavvi’, ecc.). “So’ sceso in cantina a sdiragna’, invece di sta sull’albero a canta’ potevi veni’ con me, vedessi che zinganaio!” e ancora: “Eh ci credo che ti dole le spalle, bada che razzata ci ha’ preso. T’ha dato di barta ‘l cervello?”. Chicche di un parlare a me familiare, in quanto senese di nascita, sì, ma di genitori colligiani. Per questo mi procura, più che piacere, una vera emozione il prezioso vocabolario (“Glossari e glossarietti del vernacolo di Colle Val d’Elsa”, Sarnus, pp. 184, € 18,00) redatto a cura del prof. Olimpio Musso con la collaborazione di Meris Mezzedimi, Anna Tempesti, Alessandro Malandrini e Franco Gelli. Il volume include “vari glossari e glossarietti, nei quali a volte ricorrono gli stessi termini, che potrebbero essere considerati – scrive Musso – delle ripetizioni”, a testimonianza del patrimonio linguistico dei vari autori, della frequenza dell’uso di certe parole e dell’assunzione di differenti significati a seconda del contesto del loro impiego. Dall’appendice etimologica emergono poi autentiche sorprese quanto ad influssi non solo dal greco e dal latino ma anche dal persiano, dall’arabo, dal germanico e perfino da lingue amerindie, dal caraibico e dal russo!

Mi domando: perché si parla di vernacolo e non di dialetto? Istintivamente sento che il termine è giusto ma debbo spiegarmelo: il ‘vernacolo’, stando al “Dizionario di linguistica” di Gian Luigi Beccaria, è collocabile negli immediati paraggi semantici del ‘dialetto’, come suo perfetto sinonimo; tuttavia è anche possibile che si instauri un’opposizione tra i due termini, come riflesso di quella tra rurale ed urbano o tra singolo centro abitato ed area più estesa. Dunque è vernacolo perché appartiene tipicamente a Colle di Val d’Elsa e ai suoi dintorni e si distingue perfino dal senese (ove il bambino è chiamato ‘citto’ o ‘cittino’ come non si fa a Colle) – da cui sarebbe stato solo in parte inglobato, come attesta il Cagliaritano in “Vocabolario senese” (Firenze, Barbera, 1975) e col quale secondo me condivide un’intima dolcezza (si rammenti il malapartiano “perfino nell’uso delle parole i senesi lasciano l’olio toscano per il burro”). Si è dinanzi ad una lingua elegante, come si conviene ad una cittadina di indiscussa tradizione manifatturiera, operaia e culturale, mentre i suoi difetti o peccati – scrive Mezzedimi – sono veniali; il colligiano esprime una ricchezza straordinaria e, soprattutto, è padrone della sintassi: non c’è un abitante che non usi appropriatamente il congiuntivo – pregio inusuale in Toscana. Dal secondo dopoguerra ha nondimeno preso avvio, sotto la spinta di fattori eterogenei (spopolamento delle campagne, immigrazione dal Sud, scuola, televisione, globalizzazione e immigrazione straniera), un vero assedio, un processo di correzione, omologazione e contaminazione. Per ciò il lavoro del prof. Musso e dei suoi collaboratori è importante: esso costituirà per gli abitanti di Colle uno strumento per custodire la propria identità. Senza un’opera attiva di conservazione – nel quadro evolutivo che pure è connaturato ad una lingua – il rischio è la perdita di un grande patrimonio. E noi non vorremmo che, un giorno, si potesse ammirare il panorama di Colle, per usare le parole di Mezzedimi, come una nave che veleggia maestosa nella campagna toscana, nulla però sapendo della sua lingua soave.

Pubblicato in : Invito alla lettura

Info Paolo Marini

Nato a Siena nel 1965, vive a Firenze da oltre quarant’anni. Laureato in giurisprudenza nel 1991, dopo una intensa militanza politica nel Partito Liberale (1984-1993) ha scelto di impegnarsi al di fuori del sistema dei partiti. Appassionato di arte, letteratura, storia, filosofia e diritto, ha pubblicato “Dal patto al conflitto” (1999) – critica radicale alla concertazione e ai suoi riti – e due volumi di poesia – “Pomi Acerbi” (1997) e “All’oro” (2011) -, oltre a numerosi articoli per varie testate, cartacee e on line. Avvocato civilista e del lavoro e consulente di imprese, ha al proprio attivo anche pubblicazioni – libri, articoli, note di commento, check list – soprattutto in materia di diritto e procedura civile, protezione dei dati personali e responsabilità amministrativa di enti e persone giuridiche.

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