Il ‘vernacolo’, stando al “Dizionario di linguistica” di Gian Luigi Beccaria, è collocabile negli immediati paraggi semantici del ‘dialetto’, come suo perfetto sinonimo; tuttavia è anche possibile che si instauri un’opposizione tra i due termini.

Mi domando: perché si parla di vernacolo e non di dialetto? Istintivamente sento che il termine è giusto ma debbo spiegarmelo: il ‘vernacolo’, stando al “Dizionario di linguistica” di Gian Luigi Beccaria, è collocabile negli immediati paraggi semantici del ‘dialetto’, come suo perfetto sinonimo; tuttavia è anche possibile che si instauri un’opposizione tra i due termini, come riflesso di quella tra rurale ed urbano o tra singolo centro abitato ed area più estesa. Dunque è vernacolo perché appartiene tipicamente a Colle di Val d’Elsa e ai suoi dintorni e si distingue perfino dal senese (ove il bambino è chiamato ‘citto’ o ‘cittino’ come non si fa a Colle) – da cui sarebbe stato solo in parte inglobato, come attesta il Cagliaritano in “Vocabolario senese” (Firenze, Barbera, 1975) e col quale secondo me condivide un’intima dolcezza (si rammenti il malapartiano “perfino nell’uso delle parole i senesi lasciano l’olio toscano per il burro”). Si è dinanzi ad una lingua elegante, come si conviene ad una cittadina di indiscussa tradizione manifatturiera, operaia e culturale, mentre i suoi difetti o peccati – scrive Mezzedimi – sono veniali; il colligiano esprime una ricchezza straordinaria e, soprattutto, è padrone della sintassi: non c’è un abitante che non usi appropriatamente il congiuntivo – pregio inusuale in Toscana. Dal secondo dopoguerra ha nondimeno preso avvio, sotto la spinta di fattori eterogenei (spopolamento delle campagne, immigrazione dal Sud, scuola, televisione, globalizzazione e immigrazione straniera), un vero assedio, un processo di correzione, omologazione e contaminazione. Per ciò il lavoro del prof. Musso e dei suoi collaboratori è importante: esso costituirà per gli abitanti di Colle uno strumento per custodire la propria identità. Senza un’opera attiva di conservazione – nel quadro evolutivo che pure è connaturato ad una lingua – il rischio è la perdita di un grande patrimonio. E noi non vorremmo che, un giorno, si potesse ammirare il panorama di Colle, per usare le parole di Mezzedimi, come una nave che veleggia maestosa nella campagna toscana, nulla però sapendo della sua lingua soave.

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