
Le proteste in corso nel sud della Siria contro il governo del presidente Bashar al-Assad sono entrate nella seconda settimana. A fare da detonatore è stata la decisione delle autorità di Damasco di tagliare i sussidi per il carburante in un momento già molto difficile per l’economia, in cui milioni di persone sono alle prese con un’impennata dei prezzi dei generi alimentari e beni di prima necessità. A Suweida, epicentro delle proteste, manifestanti di etnia drusa – una setta minoritaria a cui appartengono la maggior parte dei residenti della città e della provincia circostante – hanno dato alle fiamme un manifesto raffigurante il presidente, appeso in una delle piazze principali e condiviso il video sui social media. Nelle sequenze si vede la folla che chiede le dimissioni del presidente, con canti come “la gente vuole la caduta del regime” che riecheggiano quelli della rivolta pro-democrazia del 2011, sfociata in una guerra civile. Nella periferia nord della città, manifestanti hanno fatto irruzione nella sede del partito Baath di Assad, e dopo aver cacciato i funzionari dai loro uffici, hanno saldato le porte e scritto slogan antigovernativi sui muri. Azioni clamorose considerato anche che, in tutti questi anni, la minoranza drusa si è tenuta ai margini del conflitto che ha lacerato il paese. Nei giorni scorsi, una piccola folla di manifestanti è scesa in piazza anche nella vicina provincia di Deraa, culla della rivolta del 2011, per chiedere la liberazione dei prigionieri politici tuttora detenuti.

Un’economia al collasso?
Se il malcontento per la difficile situazione economica nel paese serpeggia da mesi, a far traboccare il vaso è stata la decisione del governo di ridurre i sussidi per carburante e benzina. Allo stesso tempo, i salari e le pensioni del settore pubblico, sono stati raddoppiati per decreto ma la mossa non ha fatto altro che accelerare l’inflazione e indebolire la lira che ha toccato i minimi storici per tutta l’estate, deprezzandosi di tre volte rispetto alla fine dell’anno scorso e scambiata a quasi 15mila lire rispetto al dollaro, al mercato nero. Secondo l’Ocha già oggi il 90% dei siriani vive oggi in povertà. Dopo quasi 12 anni di guerra civile, e mentre il regime di Damasco si arricchisce con il Captagon – divenuto ormai la principale merce di esportazione e fonte di valuta pregiata – l’economia siriana crolla sotto il peso del conflitto, dell’inflazione e della corruzione dilagante. Elementi che non favoriscono una ripresa delle attività commerciali in un paese in cui si stima che almeno 500.000 civili siano stati uccisi nel conflitto, mentre metà dei 23 milioni di abitanti è stata sfollata e gran parte delle infrastrutture sono distrutte o danneggiate dai bombardamenti dell’aviazione siriana. Anche la guerra in Ucraina sta avendo i suoi contraccolpi, con la riduzione delle esportazioni di grano e altri beni alimentari che spinge la corsa dei prezzi, e la sempre minore disponibilità da parte di Mosca – provata a sua volta dalla crisi economica e dalle perdite militari – di sostenere il regime di Damasco.
Un colpo al ‘difensore delle minoranze’?
Il malcontento per la crisi economica non è limitato alle provincie del sud: centinaia di manifestanti si sono radunati anche ad Aleppo e Idlib, nel nord-ovest, e a Deir ez-Zor, Raqqa e Hassakeh nel nord-est. E anche nella capitale e nelle città costiere, un tempo considerate roccaforti del regime, come Latakia e Tartous, alcuni esprimono sommessamente le loro critiche al regime, con messaggi di sostegno alle proteste condivisi sui social media. Nelle scorse settimane, un gruppo che si fa chiamare ‘Movimento del 10 agosto’ ha rilasciato una dichiarazione in cui si chiede un miglioramento generale delle condizioni di vita in Siria. Secondo la Bbc molti di coloro che aderiscono al gruppo apparterrebbero alla setta alawita di Assad, che lo ha fermamente sostenuto durante la guerra. Al momento, tuttavia, non ci sono prove di un movimento organizzato e forte che possa arrivare a costituire una minaccia seria per il governo. Ma le manifestazioni nelle aree a maggioranza drusa, che hanno ottenuto il sostegno del clero locale e di altri gruppi della zona, come i beduini, rappresentano un colpo all’immagine del presidente Bashar al-Assad, che ha legato la sua legittimazione popolare alla difesa delle minoranze del paese.
Ritorno all’ovile arabo?
Sul fronte internazionale, intanto, Damasco ha coronato gli sforzi finalizzati a rientrare nella Lega araba e ha ristabilito i legami con la maggior parte dei governi della regione. Lo scorso maggio – 12 anni dopo esserne stato espulso – il governo siriano è stato riammesso nel consesso con un voto molto importante per l’intero mondo arabo. L’iniziativa, sostenuta dalla Giordania, aveva subìto una brusca accelerazione dopo il gravissimo terremoto che a febbraio si era abbattuto su Turchia e Siria e l’accordo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Iran, che in questi anni avevano sostenuto fazioni opposte nel conflitto siriano. Per Damasco, il reintegro a pieno titolo tra i 22 membri della Lega Araba ha un valore più che simbolico e segna in qualche modo la fine di una fase storica iniziata con le imponenti sollevazioni di piazza contro Bashar al-Assad. Anche questo percorso tuttavia, appare condizionato dalla tenuta di un governo che non è più certo della sua presa sul potere: nelle ultime ore – osserva il quotidiano Al Sharq al Awsat – la presidenza ha dispiegato le forze di sicurezza a Baramke e Jaramana, quartieri alla periferia di Damasco a maggioranza drusa nel timore di veder propagare “l’infezione di Suweida”.
Il commento
Di Mattia Serra, ISPI MENA Centre
“Le proteste degli ultimi giorni sono l’ultima espressione delle contraddizioni legate al conflitto siriano. A dispetto dei successi diplomatici che Assad ha registrato da inizio anno – primo fra tutti il reintegro della Siria nella Lega Araba – il paese rimane profondamente instabile, anche nelle regioni controllate dal regime. Una spirale inflattiva e la continua svalutazione della lira hanno contribuito negli ultimi mesi a peggiorare le condizioni economiche e umanitarie nel paese, spingendo la popolazione a scendere nuovamente in piazza, ben consapevole dei rischi associati. Il fatto che il centro di queste proteste sia il governatorato di Suweida – a maggioranza drusa e per lo più rimasto ai margini nel 2011 – rende gli eventi degli ultimi giorni ancora più significativi.”
A cura della redazione di ISPI Online Publications

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