La sinistra è la rivoluzione di libertà consapevoli. Libertà che indica, che convince, che coinvolge; in una rinnovazione costante, tenace; che non soffoca, o reprime, per creare altari di eroi, martiri, santi.
Il rosso è stato sempre il colore di cui ho abusato. Forse per sottesi temperamentali o psicologici (qualcuno direbbe). Cospargevo la tela di intense lacche di garanza o carminiate. Graduandole tra toni addensati o inteneriti. Una sorta di ossessione del sangue, di pulsione delle arterie che increspavano le mani frenetiche. Potrei dire: un delirio.
Sulla tela i colori testimoniano: dicono o tacciono, non sanno dire e non sanno tacere; lì, il rosso è il rosso delle sue densità e delle sue velature; è lo spettrogramma delle idee e della commozioni, distillate una dopo l’altra.
Di converso non amo, non posso amare, il rosso volteggiante delle bandiere: la luce ne altera intensità; lo confonde, lo nasconde nelle ombre delle volute. Segue le mani dello sbandieratore o del portatore, ne condensa i vibrati di emozioni, esibizioni, interessi.
Anche, mistificazioni e appannaggi di benevolenza.
Il mio rosso è il rosso della pulsione delle arterie. Il rosso della sinistra.
La sinistra è una categoria dell’etica. Il dispiegamento della coscienza laica dell’esistente; oltre ogni presupposto di dogma, oltre ogni baratro culturale e scientifico. È il grido di lotta contro la robotizzazione umana; contro la svilimento, la mortificazione, l’isolamento, la depauperazione, l’asservimento dell’insito fantastico e creativo del pensare, di ogni singolo individuo.
La sinistra è composta severità di giudizio. Mai pietosa, sempre compassionevole; mai cedevole, sempre dialettica.
La sinistra è la rivoluzione di libertà consapevoli. Libertà che indica, che convince, che coinvolge; in una rinnovazione costante, tenace; che non soffoca, o reprime, per creare altari di eroi, martiri, santi.
La sinistra è l’intransigenza dei comportamenti. Mai giustificativi ma, comprensivi; mai volti agli effetti ma, alle cause
La sinistra è la pratica della necessità morali e vitali; mai l’apologia del bisogno o della pretesa dove annidare lo sfruttamento.
La sinistra è la terra dove ciascuno vive; raccontando e offrendo i propri riti.
I volteggi delle bandiere, tra mistificazioni e appannaggi di benevolenza, dispensano il sinistrismo e il sinistroidismo.
L’uno, il sinistrismo, artefice della frantumazione dell’etica attraverso la anomalia delle condotte altalenate tra mistiche decostruttive, appropriazioni e svolazzanti esibizioni ribellistiche: le une e le altre, pure vanamente violente, svellate da ogni tensione di progressione sacrificale.
Il sinistrismo è il più aspro contrasto, denigratorio, portato alla sinistra; ancorato alle tensioni sovversive del XX secolo, senza percepire, dell’oggi, la diversità dei sistemi di difesa e di controllo dal potere mondialista; quindi non dedicandosi a fomentare e fermentare alternative di coscienza sociale, belando alla luna, senza conoscere la ghigliottina.
L’altra, il sinistroidismo, raccoglie tutta la feccia dell’opportunismo. Dell’incultura e dell’usura morale (e del sovrapprezzo di possesso). Il suo metodo politico è la elargizione di stupita, compiacente, benevolenza verso ogni mutazione dell’indirizzo di gestione dello stato; confidando che possa gratificare scalate sociali ed arricchimenti.
Il sinistroidismo è il “per sé” del moralismo, l’armata dell’apparire buonista, del lacrimoso latifondo immobiliare, economico, intellettualistico, pubblicistico, religioso; esegeta della commiserazione e, allo stesso tempo, accaparratore della miseria.
Soltanto la sinistra è il rosso addensato e intenerito della rivoluzione in cammino.
in onore di andrea costa, pietro nenni, francesco de martino

Conosco l’oltre dello pseudo con cui si firma e quindi sono consapevole della sua funzione di esponente della Fiom. Le rispondo in tale connotazione. Non se ne abbia.
Gentile amica, partecipe di quel movimento sociale in cui la Fiom vuole ricondurre ad una speciosa unità il variegato mondo culturale delle insofferenze, ho sempre difficoltà nel riscontrarla in dibattito. Sia per la cortesia con cui muove i suoi assunti sia per la leggerezza quasi poetica ma cattosinistrorsa, su cui distende le sue attese “politiche”.
Nella immagine che ha di me di “filosofo della politica” – nel senso, quindi, di avulso da ogni sensibilità verso “fatti concreti” – mi permetto difendermi con l’osservare che la rivoluzione, di cui dice, mi appare come descrittiva di un ribellismo rivoltoso, non di un progetto di rinnovamento proiettato sulle diverse direttrici della evoluzione individuale, collettiva, quindi giuridica, quindi economica.
Le rivoluzioni svolgono idee e scelgono capi.
Delle sommesse e del contenimento di esse, da parte del potere tramite strumenti “politico/partitici”, già scrissi.
In ciò confuto anche il suo poggiarsi alla “socialità”. Per il motivo che la socialità non si esprime come omogenea di pulsioni bensì come rabberciamento di inculture (impure) e di interessi (conflittuali) estremi. Qui il riferirmi (esteticamente, come metafora) alle bandiere.
Debbo dire che , avendo contezza dela sua animosità (come fiato dell’anima!), mi ha stupito la sua considerazione “ma spesso si è costretti ad essere opportunisti” che demolisce , schianta, la coerenza di vita privata/pubblica di cui facevo riferimento con “La sinistra è una categoria dell’etica.”.
Ne comprendo appieno, ciò nonostante, il significato sotteso: la delusione, lo sconforto, la vita avvilita da problematiche di sopravvivenza, da moralità ondeggianti.
E in queste moralità ondeggianti, ribadisco, sono: “la supponenza la difficoltà di ascolto, il desiderio di essere sempre più a sinistra del suo vicino”. Insomma, una sinistra non-sinistra che si autoreferenzia come sinistra.
Ma non è la mia vita e il mio sentire: conceda che io preservi la mia inutilità.
il tutto fa riferimento all’evidenza della realtà, questo è l’essere opportunisti o per dirla meglio essere nel reale. Nell’adesione al reale si cerca il compromesso tra la tua visione e l’altro.
tengo anche a percisare che essere fiom non significa che si diano risposte collettive. una risposta collettiva la si dà quando è condivisa ed in genere ha una forma diversa da questo ameno colloquiare, anche se reputo che nel mio scivere ci sia sempre la caparbia, la convinzione l’asserzione del comunicato.
si questo problema a sinistra c’è e questo stiamo cercando di combattere per ricostruire.
non è facile, ma faremo del nostro meglio. nel frattempo siamo nel mondo a cercare di far comprendere la viat. Lei?
Per quanto possa deluderla, non sono avvezzo a confondere l’argomentare con alcun “ameno colloquiare”.
In quanto a quel che scrive: vero, si è nel reale con l’opportunismo. Se “politico” , chiassoso, preferibilmente.
Mi permetta di ringraziarla per la conferma “confessoria” di cattosinistrismo che ella assume con : “siamo nel mondo a cercare di far comprendere la vita”.
Io, viceversa, mi affido alla inutile umiltà di avere consapevolezza di essere privo di sorti evangeliche.
Mi abbia
L’ameno colloquiare era riferito ala fatto che la nostra discussione è privata e non è una risposta collettiva, vabbè ci ho messo un po’ di ironia nel definirla.
Il fatto che l’operare politico è fatto di programmi che poi devono essere rispettati ed accordi che devono essere stipulati e gli accordi fatti sui programmi sono in effetti un compromesso. È da qui l’opportunismo. Ora che ci piaccia o no noi cerchiamo un strada e per perseguirla ed acquisire forza dobbiamo muoverci tra mille correnti. È come se cercassimo di tenere la rotta in un mare in tempesta.
Detto questo, stasera vado alla manifestazione per fermare le stragi dei migranti nel mediterraneo. La manifestazione è proclamata dalla cgil. Almeno in questo siamo d’accordo. Una buona giornata.
Stavolta potrei essere anche d’accordo con lei. Sul rosso e sulla sinistra.
Sulla sinistra che deve comprendere e non giustificare che non deve essere cedevole ma dialettica.. Ma lei messere fa filosofia della politica, non politica. La politica necessita la lettura della realtà che ci piaccia o no e la vuole cambiare. Per cambiarla le strade sono due: la rivoluzione: bisogna essere in tanti, particolarmente sottomessi, avere molta fame in tanti, oppure attraverso una strada che cerca di modificarla attraverso documenti, proposte e lunghe estenuanti trattative, assemblee con la gente per spiegare.
Diciamo che la politica per attuare nobili ideali e grandi riforme necessita di socialità e spesso nella socialità non si è tutti d’accordo. Certo può dare le sue soddisfazioni, ma il percorso può essere complesso ed accidentato.
Io credo che le bandiere rosse al vento siano molto belle. Ci sono i comunisti di Rizzo che ad ogni manifestazione concedono uno spazio ai loro giovani che si chiamano proprio così bandiere rosse al vento.
Quello sul quale sono consenziente sono questi neologismi. Anche se non credo che il loro significato sia male. Forse l’opportunismo, ma spesso si è costretti ad essere opportunisti, perché se tu non sei della maggioranza puoi essere letteralmente falciato. Parlo in questo caso della CGIL.
Io penso che il male della sinistra sia la supponenza la difficoltà di ascolto, il desiderio di essere sempre più a sinistra del suo vicino in una lotta continua anche con il compagno di partito che paralizza l’operato è che rende anche le volontà sterili.
Credo che la discussione potrebbe essere lunga, quindi per ora la finisco qui.