
Ne parliamo adesso ma solo per evidenziare che due dei film più belli della passata stagione sono quasi completamente assenti dalle nomination se non per miglior fotografia (Silence) e miglior montaggio sonoro (Sully).
Ma oggi parliamo di Silence, l’ultimo splendido lavoro di Martin Scorsese. Film che è costato al regista circa 30 anni di gestazione, sia per la complessità e la delicatezza dell’argomento, sia per la difficoltà del reperimento fondi per un film che non si presenta certo come un film di cassetta, ma è un talmente bello, talmente grande che andrebbe visto e studiato in tutte le scuole di cinema , che andrebbe visto e ripensato da cattolici e no, insomma un film che predispone alla meditazione, un film che va ripensato e poi rivisto.
Silence è anche un film sul conflitto che un grande regista può avere con se stesso. Scorsese, dopo aver letto il libro di Shusaku Endo (Silence, appunto), ha pensato di farne un film. “Ho letto questo libro 20 anni fa, l’ho riletto innumerevoli volte …il libro ha uno spessore e un’intensità che raramente ho potuto apprezzare in un’opera d’arte” (Martin Scorsese) ed è così che riflettendo sul “silenzio” di Dio davanti alle sofferenze umane, è riuscito a fare un film difficile, doloroso, coraggioso e, allo stesso tempo, estremamente bello.
Non dimentichiamo che Scorsese è cresciuto in un famiglia di cattolici praticanti, è stato seminarista e, per fortuna nostra, ha lasciato il seminario per il cinema e forse vede ancora questo suo abbandono come una sorta di tradimento e non è certo nuovo a questa tematica; un esempio per tutti “Main Street”.
Spente le luci in sala il film inizia con un quadro nero, si sente il rumore del mare poi il titolo e silenzio assoluto, infine emergono, da quella che potrebbe sembrare nebbia, ma allargando l’immagine si rivela vapore denso determinato dalle sorgenti di acqua bollente, uomini legati costretti a percorrere sentieri impervi, fino ad arrivare alla destinazione che i giapponesi chiamano inferno, ultima tappa di preti e cristiani condannati alla tortura e a lenta morte per non aver abiurato.
Padre Ferreira è costretto ad assistere alle torture e comincia a porsi la domanda che si pone Scorsese e che si è posto anche papa Ratzinger in occasione della sua visita ad Auschwitz.
Non si parla della parole di Dio, della voce di Dio in questo film, ma si parla del suo silenzio dirompente e straziante, come straziati e torturati lentamente sono i suoi seguaci,
E’ coraggioso il film di Scorsese perché riflette sul silenzio di Dio nel periodo attuale in cui l’egoismo trionfa e sfocia nell’indifferenza verso gli altri altri, mentre la ricerca affannosa della soddisfazione dei propri bisogni ha il predominio.
E’ un film che evidenzia come credere e dubitare siano necessari alla loro stessa esistenza.
Come nel libro di Endo Padre Rodriguez passa dolorosamente dalla certezza al dubbio così nel film colui che parte pieno di certezze, tanto da sembrare arrogante, teso verso quello che pensa sarà il suo martirio, comincia a porsi delle domande assistendo impotente alle torture inflitte al suo “gregge”.
Ma quella voce che spinge Padre Rodriguez ad abiurare è quella di Dio?
Si tratta di allucinazione o di divina provvidenza?
E padre Ferreira che cede dopo aver visto morire tra atroci sofferenze i suoi confratelli e i Kristians (i convertiti), rappresenta veramente una pagina negativa per la Chiesa?
Ferreira e Rodriguez abiurano pestando il “fumi” (una tavoletta con l’immagine sacra) e lo fanno non per salvare loro stessi ma per evitare altre sofferenze e torture ai convertiti, salvare fisicamente degli innocenti, è un errore ? Dovevano lasciare che morissero come martiri in vista della vita ultraterrena ?
Ed è proprio questa ambiguità della fede che pervade il film a trasformare il viaggio di Padre Rodriguez, più che nella ricerca di padre Ferreira, nella consapevole conoscenza della natura della propria fede, e rende il film potente.
Maria Rita Monaco

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