
Quando magistratura e dintorni alterano la realtà storica è quanto di peggio possa esserci. Nel numero 233 di “Italia Oggi” del 4 ottobre 2022 si trova una revisione storica senza precedenti che stravolge la gestione italiana del sequestro della nave Achille Lauro. L’autore di questa visione ancillare nei confronti degli Stati Uniti è
Domenico Cacopardo che sul proprio sito si presenta come magistrato, scrittore e conduttore radiofonico ed ha pubblicato, se ho ben contato, 19 romanzi dal 1999 al 2021. Veramente bravo se nel fare il conduttore radiofonico ed il magistrato, trovava anche il tempo per comporre opere letterarie. Confesso di non averlo mai sentito prima. La tesi del Cacopardo è questa: “A dispetto della versione entusiastica che allora fu imposta da socialisti e comunisti Sigonella fu una brutta pagina”.
Evidentemente il signor Cacopardo dimentica che il governo era guidato da Craxi e formato dalla DC con Andreotti agli Esteri e Forlani Vice di Craxi, dal PSDI con Romita e Longo, dal PLI con Zanone, Biondi e Altissimo, da Mammì, Visentini e Spadolini per il PRI ed i comunisti erano opposizione ed in guerra per il referendum sulla scala mobile. Forse non ha saputo che, dopo poche settimane, l’allora presidente Donald Reagan gli inviò una missiva personale, Dear Bettino, con la quale chiudeva l’incidente e lo invitò a parlare al Congresso americano che, in effetti, avvenne.
Va ricordato, al contrario di oggi, che erano in ballo equilibri ed interessi enormi con molti interrogativi il primo dei quali fu: “come mai Muhammad Zaydan, noto con il nome di battaglia di Abū Abbās” organizzò e mise in atto quel sequestro contro un Paese come il nostro che, da tempo, si era schierato a difesa dei diritti del popolo palestinese e che con il “lodo Moro” forniva appoggio logistico ai suoi uomini braccati dalle intelligence americane, inglesi e israeliane? Non aveva alcun senso e nessuna ragione tranne quella che a “qualcuno” dava fastidio il ruolo ed il peso da “media potenza” cui l’Italia era assurta in quegli anni. Il tentativo di un personaggio ambiguo come Michael Ledeen che agiva, a detta dell’Ammiraglio Martini allora capo del SISMI, in una zona “grigia” della CIA e contro il quale aveva sollecitato l’ambasciata USA a Roma ad allontanarlo dall’Italia la dice lunga al riguardo. In verità chi si oppose pubblicamente alle decisioni di Craxi fu Giovanni Spadolini che minacciò le dimissioni e col quale, guarda caso, collaborava proprio il nostro Domenico Cacopardo come ha riportato Francesco Damato sulle colonne della rivista “Le Formiche net” l’8 agosto del 2016. Chi, invece, si adoperò contro Craxi fu De Mita Ciriaco che tentò, per ridurne il peso politico sempre maggiore, di bloccare Craxi a non andare in Parlamento e a riferire il quale ovviamente proseguì per la sua strada.
Nella vicenda, chissà come e perchè, tentò di entrare anche la Procura di Roma che incaricò il sostituto Franco Ionta ad intervenire sul sequestro e sugli attentatori ormai prigionieri e, soprattutto, interrogare il citato Abbas che gli americani volevano che glielo si consegnasse dopo il fallito tentativo di accerchiamento a Sigonella. L’operazione era di un tale livello internazionale che Ionta fu dirottato all’ambasciata egiziana dove gli raccontarono che avrebbe potuto interrogare Abbas. Non era vero perché Bettino Craxi, sempre appoggiato da Giulio Andreotti, aveva scelto e deciso giustamente che i reati erano stati commessi a bordo di una nave italiana, quindi in territorio italiano, e sarebbe stata l’Italia a decidere se e chi estradare. Craxi e Andreotti tirarono dritto non attesero la richiesta americana. Anzi, il preannunzio della richiesta accelerò l’evoluzione della crisi. Mentre il sostituto procuratore Franco Ionta (appositamente disinformato) attendeva a Villa Savoia (sede dell’ambasciata egiziana) per interrogare proprio Abbas, questi rimase custodito nell’aereo egiziano e, sul far della sera, dopo che l’ambasciatore egiziano Rifeat Yeha si era presentato sul posto con due biglietti aerei, fu trasferito su un velivolo di linea jugoslavo, lo Jat 407, che lo condusse, insieme a tanti normali passeggeri, a Belgrado.
Raffaele Romano

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