
Ci accusano di silenzio. Ma il vero silenzio è quello del pensiero.
Ma c’è un limite. Anche alla vergogna. Anche alla barbarie travestita da coscienza.
Nel suo ultimo articolo sul Fatto Quotidiano, Gianluca Ferrara – ex senatore M5S, oggi predicatore di verità rivelate – ha superato quel limite. Lo ha fatto con la calma apparente di chi crede di essere nel giusto, ma in realtà brandisce parole come pietre. E colpisce. Colpisce gli ebrei italiani, in particolare quelli di Roma, accusandoli di complicità nel genocidio solo perché non si uniscono al coro globalizzato dell’indignazione a comando.
Ci chiede di “uscire dal ghetto”. Ecco. Basterebbe questa frase per chiudere qui ogni discussione. Chi osa brandire la parola “ghetto” contro gli ebrei romani — che nel Ghetto ci hanno vissuto, ci hanno pianto e resistito per secoli — non sta facendo una provocazione. Sta vomitando ignoranza. Quella che si crede colta perché cita Dachau e Auschwitz, ma non ha compreso una riga della storia degli ebrei d’Italia. Non conosce figure come Isacco Artom, Samuele Romanin, Giuseppe Levi, Giuseppe Finzi – nomi che nel Risorgimento incarnano il patto implicito di cittadinanza e corresponsabilità su cui si fonda la modernità italiana. Non conosce le ferite aperte della razzia del 16 ottobre 1943. Non conosce le storie dei vuoti e degli scampati, via per via. Non conosce i contributi, la partecipazione, il radicamento, dalla Resistenza fino alla costruzione della Repubblica come parte attiva ai processi politici e culturali del Paese. Non conosce la comunità ebraica di Roma: la più antica d’Europa, la più radicata, la più orgogliosa.
Ma soprattutto, Ferrara non conosce il pudore.
C’è qualcosa di patologico, di rituale, nella richiesta ciclica che ci viene fatta: dissociatevi.
Dissociatevi da Israele, dai suoi governi, dalle sue guerre, dai suoi errori. Dissociatevi da chi porta il vostro stesso nome, la vostre stesse usanze, parte della vostra stessa storia. Siate ebrei buoni, insomma.
Ebrei addomesticati. E possibilmente 𝑑𝑖𝑠𝑐𝑜𝑙𝑝𝑎𝑡𝑖.
Ricorda qualcosa? Ricorda Rosellina Balbi, quando nel 1982 scrisse quel titolo che oggi torna sinistramente attuale: “Davide, discolpati”. E ricorda Bruno Zevi, che dopo l’attentato alla sinagoga di Roma ebbe il coraggio di dire parole che oggi rileggo tremando, per quanto sembrano scritte ieri:
“𝑁𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛𝑜 𝑐𝑖 𝑐ℎ𝑖𝑒𝑑𝑎 𝑑𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑖𝑛𝑔𝑢𝑒𝑟𝑐𝑖 𝑑𝑎𝑙 𝑝𝑜𝑝𝑜𝑙𝑜 𝑑𝑖 𝐼𝑠𝑟𝑎𝑒𝑙𝑒. […] 𝑁𝑜𝑖 𝑎𝑝𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒𝑛𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑎𝑙 𝑝𝑜𝑝𝑜𝑙𝑜 𝑑𝑖 𝐼𝑠𝑟𝑎𝑒𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖𝑠𝑝𝑒𝑟𝑠𝑒 𝑖𝑛 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜, 𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑖𝑛𝑐𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑎𝑛𝑡𝑖𝑐𝑎, 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑖 𝑅𝑜𝑚𝑎.”
Lo diceva nel 1982, all’indomani di una strage. E oggi? Oggi siamo di nuovo punto e a capo. Di nuovo chiamati a rispondere non delle nostre azioni, ma del nostro essere. Di nuovo bersaglio di un linciaggio morale travestito da giustizia.
Nel suo articolo, Ferrara ci accusa di silenzio. Ma non ascolta.
Parla di genocidio senza spiegarlo, cita l’ONU come fonte indiscutibile ma ignora ogni report che smonta le narrazioni di Hamas. Si commuove per Gaza, ma non ha una sola parola per le vittime israeliane del 7 ottobre, per i rapiti ancora in ostaggio, per i bambini israeliani bruciati vivi che non trovano spazio nel suo dizionario della sofferenza.
È la solita pietà selettiva, che non cerca la verità ma un capro espiatorio.
Ferrara finge di parlare “contro il governo Netanyahu”, ma nel suo testo non c’è una sola parola rivolta ai carnefici di Hamas, agli stupri sistematici, alle torture, alle migliaia missili lanciati da dentro gli ospedali.
Finge di voler salvare la memoria della Shoah, ma la usa come clava per accusare noi — proprio noi, discendenti dei deportati — di essere complici di crimini mai provati.
Finge di parlare di politica. In realtà, ci sta processando per identità.
E questo processo ha un rituale macabro, antico, viscerale: l’avversario ebreo viene esposto, irriso, poi gettato in pasto ai fedelissimi M5S livorosi, con le bave alla bocca e gli occhi iniettati di sangue, educati all’antisionismo dalle pagine quotidiane del loro giornale. Perché ne possano fare scempio, con il piacere e l’eccitazione accresciuti proprio dal fatto che la vittima è ebrea.
Non è indignazione. È godimento. Non è giustizia. È lapidazione.
No, Ferrara. Non ci discolperemo. Non accetteremo di essere processati in quanto ebrei.
Non abbiamo bisogno del tuo permesso per essere liberi.
Non usciamo “dal ghetto” perché non ci siamo mai più rientrati.
Non ci uniremo a chi manifesta per Gaza se quei cortei brandiscono immagini del paragone tra Israele e Hitler, se inneggiano a chi ha sgozzato, bruciato, violentato.
Non useremo il nostro dolore per giustificare la tua narrazione.
E non ci faremo incastrare in quella trappola per cui la vera identità ebraica sarebbe solo accettabile se si oppone a Israele, se si oppone a se stessa.
E poi, diciamolo chiaramente: non meriti nemmeno di sapere cosa proviamo.
Non meriti di conoscere se e come partecipiamo al dolore per le morti palestinesi, in una guerra che Israele non ha voluto, né cercato, ma che ha dovuto affrontare dopo il massacro del 7 ottobre.
Perché ciò che proviamo lo sappiamo noi, e ci appartiene come ci appartiene la nostra etica.
L’etica ebraica, quella che ci impone di piangere ogni vita spezzata, di odiare la guerra e amare la vita, quella vera.
Ma anche di non ostentarla.
Siamo il popolo che ha pianto i suoi morti in silenzio, come Stefano Gaj Taché nel 1982, ucciso da un commando palestinese proprio a Roma, mentre il mondo voltava la faccia dall’altra parte.
E come non abbiamo mai chiesto a nessuno di partecipare al nostro lutto, così nessuno si senta autorizzato a chiedere a noi cosa proviamo per quelli degli altri.
Chi ci conosce — non chi ci giudica da un pulpito arrogante — sa qual è la nostra morale.
Sa quanto sia profondo il nostro amore per la vita, per ogni vita.
Ma sa anche quanto siamo riservati.
Quella riservatezza che ci impedisce di esibire i nostri morti in mondovisione, di fare dei cadaveri uno spot, di strumentalizzare il dolore.
Quella riservatezza che ci condanna a soccombere mediaticamente di fronte a una controparte che mostra i corpi dei suoi figli — veri o falsi — come armi di comunicazione di massa.
Noi, invece, mostriamo lo stesso pudore per i nostri sentimenti, da qualunque parte sia rivolto il dolore che ci viene inflitto, e che — nostro malgrado — siamo talvolta costretti a infliggere.
Noi siamo gli ebrei di Roma.
Siamo la comunità che ha resistito a Tito, a Torquemada, a Mussolini, ai nazifascisti, ai terroristi arabi, ai giornalisti troppo convinti della propria innocenza.
Siamo ancora qui.
Con la testa alta. E senza doverci discolpare di nulla.
Alex Zarfati
𝐸𝑏𝑟𝑒𝑜 𝑟𝑜𝑚𝑎𝑛𝑜. 𝐹𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑆𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎.
𝐸 𝑛𝑜𝑛 𝑑𝑒𝑙 𝑣𝑜𝑠𝑡𝑟𝑜 𝑏𝑖𝑠𝑜𝑔𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝑎𝑠𝑠𝑜𝑙𝑣𝑒𝑟𝑣𝑖 𝑎 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑒 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑒.

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