Erano più o meno questi giorni di due anni fa quando Matteo Renzi diventò Presidente del Consiglio dei Ministri. Estimatori e detrattori sono oggi profondamente divisi sul bilancio di questo biennio. Sia gli uni che gli altri hanno valide ragioni. Niente è tutto nero e tutto bianco. La verità, come sempre, sta nel mezzo. Vale anche per il Governo. Una cosa però è certa. Renzi non ha, oggi, lo smalto iniziale. Pesa, su tutto, la situazione economica. Nonostante condizioni esterne molto favorevoli, crollo del prezzo del petrolio, euro verso la parità con il dollaro, e, soprattutto, la politica della BCE, l’economia italiana, pur dando segnali di ripresa, non è decollata. Il Paese sconta indubbiamente una situazione di partenza molto difficile. Da parte sua il governo non ha potuto dare quella scossa di stampo liberale di cui ci sarebbe stato bisogno. 5Stelle, Lega e persino Forza Italia si sono messi di traverso. Non parliamo dei sindacati e del vecchio armamentario di sinistra. Renzi non ha avuto il coraggio di sfidare, oltre un certo limite, il suo vecchio mondo. Il governo ha puntato tutto sulla riforma istituzionale. Una riforma non certo ottimale ma comunque tale da eliminare dal nostro ordinamento il bicameralismo paritario. Non è poco, soprattutto se paragonato al nulla di tanti anni, ma non è nemmeno molto. Nonostante l’enfasi sui successi ottenuti, il Premier si rende perfettamente conto della situazione. Se ne rende talmente conto che, a nostro avviso, si sta preparando ad elezioni anticipate da tenersi nella primavera del 2017. Snodo fondamentale il voto referendario. I Comitati per il SI, che non a caso saranno organizzati come tante Leopolde sparse sul territorio, saranno contemporaneamente il motore della campagna elettorale per il referendum, il trampolino di lancio verso le politiche e il perno del nuovo PD, modello Renzi. Nel PD attuale convivono due partiti, quello che guarda ad una sinistra tradizionale e quello che guarda ad una sinistra di tipo liberal, all’americana. L’esito referendario deciderà anche quale dei due partiti prevarrà. La vittoria del No porta dritto alle dimissioni di Renzi, quella del SI alla sua consacrazione come leader per gli anni a venire. In entrambi i casi si andrà al voto dopo qualche mese. Se vince il NO per sancire la sconfitta di Renzi e il ritorno ad un PD versione Prodi-Bersani, se vince il SI per far nascere il PD modello Renzi e un “governo del fare”. Il “fare” sarà il motivo conduttore di tutta campagna referendaria, “fare” per sconfiggere l’immobilismo, “fare” per cambiare il Paese, “fare” per rinnovare le istituzioni, “fare” per rottamare definitivamente tutta la vecchia politica.
Il merito delle riforme passerà in seconda linea. Il SI si identificherà con il cambiamento, il NO con il mantenimento dello status quo. Una strategia questa che a Renzi è stata messa su un piatto d’argento, e regalata, dall’ottusità e dall’incapacità politica di un centrodestra che si è prima ritirato da un governo di larghe intese nato proprio per fare le riforme e poi da un Patto del Nazareno che aveva lo stesso scopo. Se il centrodestra avesse avuto lucidità politica avrebbe dovuto essere parte del processo riformatore, magari criticandolo e dicendo che non era stato possibile far meglio per le resistenze del PD. Così invece a Renzi ci sono solo due alternative: Salvini, con il suo populismo, e Grillo, con la sua demagogia. Può non piacere ma oggi al tavolo della politica solo in tre hanno in mano le carte per giocare la partita. Renzi, Grillo e Salvini. Gli altri sono solo comparse.

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