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Severino, Reale e l’embrione

In ricordo di Emanuele Severino, pubblichiamo un vecchio articolo (2005) di Fabrizio Amadori

di Fabrizio Amadori | 26 Gennaio 2020

Secondo Severino, per alcuni l’embrione è un uomo, per altri no.

Tutti credono, dice Severino, che l’embrione sia un uomo in potenza. Ma per alcuni ciò significa essere già uomo, per altri non esserlo.

Per Severino hanno ragione i primi, nel senso che interpretano correttamente Aristotele. Ma se l’embrione è uomo perché è uomo in potenza, in potenza può anche non esserlo.

Da qui la contraddizione di essere uomo per l’embrione.

Per Reale Severino sbaglia a vedere tale contraddizione. E questo perché ritiene che Severino vada a pescare in un certo genere di potenza, che però non è quello utilizzato dal filosofo bresciano.

Scrive Reale che nell’embrione <è contenuta la possibilità (la potenza, ndA) di diventare uomo e anche quella di non diventare uomo, morendo prima di nascere, ma non è affatto contenuta quella di diventare “non uomo”>.

Reale, cioè, pensa che la possibilità di essere non uomo, oltreché uomo, significhi, per Severino, diventare qualcosa d’altro rispetto ad un uomo (un cane, ad esempio). Reale crede quindi che, per Severino, il soggetto a cui si riferiscono tali possibilità non rimanga identico.

Invece, per Severino, diventare un “non uomo” non significa violare il principio aristotelico che “ciò che si dice essere in potenza non possa de iure non attuarsi in ciò di cui si dice essere in potenza”, bensì non attuarsi di fatto. E, rispetto a questa possibilità, non vale il ragionamento di Reale che, per Aristotele, l’essere in potenza significa, sì, essere in potenza gli opposti, ma con riferimento a caratteri accidentali; infatti, significa esattamente il contrario, ossia essere in potenza gli opposti con riferimento a caratteri essenziali, l’essere o il non essere uomo.

De iure, l’embrione non può non attuarsi come uomo, a non attuarsi sono eventualmente caratteri accidentali (essere sano o malato, come dice Aristotele); di fatto, l’embrione può non attuarsi come uomo. Il concetto di potenza sarebbe deterministico se esistesse solo l’aspetto de iure della potenza; ma, esistendo anche l’aspetto di fatto, esso non è tale, cioè non è deterministico, come sostiene giustamente Severino.

È vero però che, leggendo l’articolo di Severino, nasce una convinzione. Ossia che il motivo per cui egli ritiene “più amici fedeli” di Aristotele coloro che pensano l’essere in potenza dell’embrione un “essere già uomo” rispetto a un “non essere ancora uomo”, sia dato dall’aspetto de iure, non di fatto della potenza dell’embrione. Reale sembra credere questo, giustamente, per cui l’embrione è “uomo” come “potenza” in senso forte.

Egli, però, non capisce Severino e fa confusione. Infatti, sebbene abbia colto il motivo della preferenza data da Severino a chi ritiene l’embrione un “essere già uomo”, ossia che esiste in Aristotele un aspetto de iure della potenza dell’embrione, sbaglia ad interpretare tutto il discorso di Severino come conseguenza di tale aspetto.

La ragione di un simile errore è facilmente comprensibile, in realtà, se si considera la sua cattiva interpretazione del severiniano “non uomo”. Ed infatti, esso non indica, come scrive invece Reale, “un qualsiasi altro tipo di essere”, e quindi una violazione dell’aspetto de iure della potenza: significa che l’embrione può subire un incidente, e indica quindi l’introduzione, da parte di Severino, dell’aspetto di fatto della potenza dell’embrione, e della contraddizione da esso determinata. A tale aspetto, perciò, occorre far riferimento, se si vuole criticare la posizione di Severino circa l’embrione, e non all’altro (de iure), come fa invece Reale. Dire, come prova a fare lui, che uccidendo l’embrione si uccide l’uomo, significa non tener conto della reale dimensione (aspetto di fatto della potenza) in cui si muove Severino nella seconda parte del suo discorso, quando cioè rileva una contraddizione nell’“essere uomo” dell’embrione.

 

 

Fabrizio Amadori

 

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: discorso, severino

Info Fabrizio Amadori

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico “Mazzini”, laureato in filosofia all’Università Statale del capoluogo ligure, amo la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all’estero (Zambia), mi occupo da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al mio attivo ho numerose pubblicazioni – articoli e interviste – su giornali e riviste culturali nazionali (“Ideazione”, “Filosofia”, “Poeti e poesia”, etc.). Da studioso in ambito letterario ho scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il mio breve saggio “Ragionare alla Poe”, “Avanguardia” n. 59). Sono stato il primo a parlare di “narratologia deduttiva” (“Prometeo” n. 145).
Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col mio pamphlet “Giovani e potere” – o “Giovani, sesso e potere” a seconda dell’edizione – (prefazione di Dino Cofrancesco), ho potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, ho scritto per i giornali anche di cultura. Di recente ho iniziato a pubblicare alcune poesie – o “testi rimati” come li definisco io – sulla rivista “Poeti e poesia”. Già membro della segreteria della “Enzo Tortora” di Milano e Consigliere generale della “Coscioni”, mi sono occupato come oratore del referendum per l’abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano “Liberazione” – di ispirazione comunista – ad usare come allegato per la campagna il materiale dell’associazione radicale.

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