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Settettete la maratona sindacale

di Giuseppe Mele | 17 Maggio 2015

A La7 hanno cercato, quest’anno come in passato, di non dare notizia dello sciopero. Per poi ridicolmente doverlo ammettere durante i Tg di fronte a titoli mancanti, servizi assenti, toppe di montaggio.

L’occhio satirico di Crozza si è girato verso l’interno dell’emittente che lo ospita, la7, da quando si è acceso lo scontro tra azienda e lavoratori. Dal 30 aprile è in corso un pacchetto di 5 giornate di sciopero dei 300 impiegati e tecnici dell’emittente concentrati a Roma (90%9 e Milano (10%). Non è la prima volta. Anche l’anno scorso per portare l’editore Urbano Cairo alla trattativa su premio di risultato, piano industriale e diritti dei precari, c’era voluta la giornata di sciopero del 9 maggio sostenuta addirittura dalla minaccia di 5 giornate di astensione dal lavoro dei giornalisti per il mancato rispetto del loro contratto “mentre i manager di Cairo Communications e de La7 si spartiscono bonus milionari”. All’epoca la Fnsi ricordava che “con la scusa di un processo di risanamento l’azienda non rispetta accordi sottoscritti con i lavoratori ed il contratto giornalistico».

Uno dei mantra dei media è il reiterato slogan sul diritto costituzionale dei cittadini all’informazione. Un diritto che si ferma sempre alla strana privacy della vita aziendale, maxime in caso di conflittualità sindacale. A La7 hanno cercato, quest’anno come in passato, di non dare notizia dello sciopero. Per poi ridicolmente doverlo ammettere durante i Tg di fronte a titoli mancanti, servizi assenti, toppe di montaggio. Il satirico Crozza ha descritto il caos interno delle maratone Tv del direttore Mentana, addossandole ad agenti immobiliari, tinteggiatori e poliziotti. A tutti, tranne che ai veri responsabili, gli scioperanti. L’informazione sull’istituto dello sciopero (e delle sue motivazioni) langue, anche nella variante di satira. Contro lo sciopero nei media i broadcaster ricorrono a tutto, dai service allo spostamento dei servizi giornalistici su altre sedi, alla preventiva registrazione dei programmi fino all’uso improprio di altri lavoratori. Come se nel mondo dell’informazione fosse lecito far fallire la protesta dell’astensione del lavoro chiamando forza lavoro sostitutiva ad hoc, un comportamento solitamente illegale ed antisindacale. Da quando vi si è insediato, un lustro fa, Chicco mitraglietta ha trasformato La7 nel suo Canale Mentana, carico a detta dei suoi stessi collaboratori di un sadico stakanovismo. Il piglio decisionista dell’anchorman l’ha portato spesso in rotta di collisione con la proprietà, spesso per la mancanza di organizzazione (la famosa assenza di un direttore di rete) lamentata anche dai lavoratori. L’ex fondatore e conduttore per 12 anni del Tg5 berlusconiano, si è attenuto nella nuova rete ad una linea politica contraria alla precedente. Ogni governo succeduto a quello del centrodestra ha potuto contare sull’appoggio dell’emittente al punto che Mentana proibì di leggere il comunicato Fnsi di sostegno ai sindacati nell’autunno 2011, andando in completa rotta di collisione con il comitato di redazione cui offrì le dimissioni. Per risultato a dimettersi alla fine è stato il comitato, dopo il totale flop dei minacciati scioperi redazionali. La linea 7, rinforzata dagli altri nomi celebri della squadra, da Floris a Bignardi, da Formigli a Santoro e Travaglio, da Gruber a Crozza ed alle Urban’s Angels (Sardoni, Panella, Merlino, Bizzarri), con la mezza eccezione di Paragone, già vicedirettore di Libero, non ha dubbi di sorta. Erede di Rai3, piena di rampolli di famiglie progressive, candidati, portavoce, simpatizzanti, ex parlamentari tutti schierati, anche se di provenienze diverse da una parte sola, a sinistra. In una Tv capace di dedicare una lunga serata nottata al monologo, senza contraddittorio, del leader Fiom Landini, ci sarebbe da attendersi se non ascolto, neutra informativa sulle vertenze dei lavoratori. Invece no. Nei tanti momenti di conflittualità sindacale del lustro la squadra rossa, messa su dall’ex pubblicitario e dall’ex conduttore Mediaset, non ha esitato a stare sempre dalla parte di chi paga. 4 milioni a Floris, 1 a Santoro, un po’ di più a Mentana, una decina a Crozza e troupe. Così Otto e mezzo è stato registrato, la diretta Tg si è salvata negli studi milanesi e le intemperanze di Crozza, imbarazzato sono rapidamente rientrate. La7, erede di Tmc, è stata di Cecchi Gori jr., di Telecom Italia, prima di approdare a Cairo Communication che già deteneva con Telecom Italia Media un vantaggiosissimo contratto di concessionaria pubblicitaria. Telecom che ci perdeva ca. 100 milioni l’anno la cedette al paron del Torino per un prezzo simbolico, con, caso più unico che raro, una sostanziosa dote di 120 milioni di avviamento. Da subito la Cairo Comm, è stata più che sparagnina, soprattutto sulle spalle dei lavoratori, al punto da considerare un costo anche la stesura di un piano industriale. Il disinvestimento nei settori produttivi vitali, il blocco delle relazioni industriali ed il massiccio ricorso agli appalti dei service hanno permesso di contenere il costo del lavoro, vera causa dell’aumento del 25%. dell’utile 2014del gruppo. All’editore di Alessandria non basta. Vorrebbe che il lavoro incidesse a La7 non per il 30% del fatturato, ma del 17% come in Mediaset. Senza capire il livello sinergico della concorrente, portata spesso ad esempio da Cairo, che, malgrado il perenne monitoraggio ostile, in tanti decenni non si è nemmeno iscritta all’albo ministeriale dei richiedenti cassa integrazione e non ha avuto serie vertenze, tranne quelle di piccoli scorpori di ramo d’impresa. Malgrado la provenienza Mediaset, la mentalità da padroncino di Cairo lo induce a considerare il numero della forza lavoro della 3° Tv nazionale (100 giornalisti, 200 tecnici, 50 precari) ridondante ed a consigliare ai suoi dipendenti di ritenersi fortunati già solo per avere un lavoro. In realtà la generosità all’atto d’acquisto di Telecom ha implicitamente escluso per diverso tempo eventuali azioni traumatiche del nuovo padrone. Una volta scelto il mercato della telepolitica, sottoposta, da sempre, a vincoli evidenti e nascosti della partitica e dei poteri forti, Cairo ha dovuto essere di manica larga con le star delle news fondamentali per la raccolta pubblicitaria. Il suo sogno è un’informazione fatta da pochi fino all’esaurimento fisico. Difatti il tg di costruito attorno a Mentana costa solo 10mila euro e numerosi crolli dell’ugola. Il 2015, anno di fusione delle spoglie di TelecomItalia Media nella casa madre, è anno più che fortunato per Cairo ed azionisti. Il suo Torino ha battuto la Juve. L’utile si è impennato. L’investimento Floris ha battuto la concorrenza di Rai3-Repubblica (mentre Formigli perdeva con Rete4) per 5,41% di share a 5,05%. Sono lontani i tempi del 10% (2 milioni di teleutenti) di Chicco Mitraglia quando partecipava alla canea antiberlusconiana intervistando Lavitola e Fini. Nel monocolore mediatico renziano, il talk sta morendo per eccesso di noia unanimistica. Ed ancora la7 gode del pessimo momento della Rai e dell’assenza di Sky presso il grande pubblico dei Tg. I dati favorevoli permettono largamente l’integrativo aziendale ed il premio di risultato, ormai assenti da tre anni. L’ossessiva litania della cieca revisione lineare dei costi imposta all’interno ed all’esterno appaiono solo scuse. Alle maratone giornalistiche si stanno contrapponendo quelle sindacali che nel tempo potrebbero bloccare la rete in una conflittualità inesistente presso gli altri broadcaster. Quest’anno i giornalisti de la7 senza neanche un comitato di redazione, sono al momento assenti. Impressiona il comportamento di una categoria che si è appena data un vertice sindacale ipersinistro; che vive l’agonia della fine dei diritti, che discute alla morte degli stipendi dei direttori della carta stampata e tace per quelli televisivi, che si proclama per i grandi ideali e poi fa fatica a costruire unità di intenti con gli altri lavoratori come se i quadri in Europa non fossero parte strutturale dei sindacati. Prigionieri di una distinzione che non è più né di specie, né di ruolo, ma solo di carriera, i giornalisti non capiscono di essere semplici lavoratori. Nelle tante debolezze del mondo del lavoro dettate dai tempi, l’insieme di quello dell’informazione risulta ancora più fragile per la loro assenza di scelte senza fiato sotto i ritmi contrapposti delle maratone mentaniane e sindacali. Un risveglio significativo come nel 2014 resta fortemente atteso.

Pubblicato in : Primo piano

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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