
Nino Di Matteo è uno dei magistrati più esposti e più chiari nel denunciare le connessioni tra potere e complicità che hanno reso possibili le stragi degli anni Novanta.
La sua carriera parla di inchieste scomode, di processi che hanno scavato sotto la superficie e di una determinazione che non si piega alla retorica di comodo.
È per questo che, quando Di Matteo parla, non è un commento qualunque: è un richiamo alla responsabilità collettiva.
Alla trentaquattresima commemorazione della strage di Capaci, Di Matteo ha rotto il silenzio istituzionale con parole che non ammettono sconti:
«In un giorno che sempre più sta diventando, il 23 maggio, un’occasione di parata istituzionale, anche di veri e propri ‘sepolcri imbiancati’ che fingono di commemorare Giovanni Falcone, quando invece durante tutto il resto dell’anno ne tradiscono le idee e lo spirito, quando invece durante tutto il resto dell’anno lavorano per ostacolare quella parte di magistratura che è rimasta convinta di dover accertare ancora le verità nascoste», ha detto, squarciando la scenografia della commemorazione con una frase che pesa come un’accusa.
Il magistrato ha spiegato che in questo contesto «sempre più triste, sempre più evidente, di vuote parate istituzionali», le manifestazioni come il corteo di Palermo «rappresentano la speranza, rappresentano la voglia che ancora c’è nel popolo di verità e di giustizia».
Non è retorica: è la distinzione netta tra chi usa la memoria per lavarsi la coscienza e chi la usa per pretendere risposte.
Di Matteo ha richiamato la necessità di continuare a chiedere verità e giustizia perché i processi e le indagini hanno dimostrato che nelle stragi non agì soltanto Cosa Nostra.
«Solo da loro può partire quella rivoluzione culturale che porterà, come Giovanni Falcone sognava, alla sconfitta della mafia. Si rivelerà la verità se tutte le istituzioni e tutto il popolo italiano lo vorrà», ha affermato, indicando nei cittadini e nelle associazioni il motore di una ricerca che non può essere delegata alle sole cerimonie.
Il punto più grave del suo intervento è l’avvertimento politico: «Proprio i processi che si sono fatti, le indagini che si sono celebrate, fatte a Palermo, a Caltanissetta, a Firenze, dimostrano che non fu solo Cosa nostra».
È una frase che spalanca scenari e responsabilità: chi si accontenta delle condanne formali rischia di lasciare intatte le trame che hanno reso possibili le stragi.
Di Matteo non si limita a denunciare: indica la strada.
Non bastano le parole e le foto di rito; servono atti concreti e misurabili: apertura reale e controllata degli archivi giudiziari, indagini che non si fermino davanti a ostacoli burocratici o interessi di comodo, controlli stringenti sugli appalti e sugli investimenti per impedire le infiltrazioni economiche, programmi di educazione alla legalità stabili e finanziati.
Senza questi passi, la commemorazione resta scenografia e la memoria diventa complice dell’oblio.
Chi ha il coraggio di chiamare le cose col loro nome merita di essere ascoltato. Di Matteo ha avuto quel coraggio: ha chiamato ipocrisia la parata e ha chiesto verità dove altri preferiscono il silenzio.
Falcone e Borsellino rifiutavano ogni spettacolarizzazione del sacrificio; oggi, dal loro insegnamento, arriva la stessa domanda netta: commemorare significa scavare, non esporre.
La sfida lanciata dal magistrato è semplice e intransigente: o la società e le Istituzioni si impegnano a cercare la verità fino in fondo, o il 23 maggio resterà una data vuota, utile solo a rassicurare chi non vuole cambiare nulla.
Angioletta Massimino

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