
Netanyahu ha perso ogni freno nella sua corsa verso la dittatura, nella sua battaglia contro lo stato di diritto. Nella sua personale guerra salva – Nethanyau – riporta Ben Gvir al governo.
Chi si sfracellerà per primo, Netanyahu e il suo scellerato governo o lo stato di diritto?
Netanyahu e il suo meschino governo o i cittadini di questo meraviglioso paese che una volta conosciuto non puoi fare a meno di amare?
Io scommetto sul sistema giudiziario, sui cittadini e sulle istituzioni, anche perché l’altra opzione mi sembra davvero troppo difficile da accettare, perché il pessimismo non fa parte del mio sistema, e soprattutto perché ai tentativi del governo, la società civile liberale e democratica ha risposto con grande forza.
Era tutto iniziato parecchio tempo fa, prima ancora del feroce attacco a Israele del sette ottobre 2023. Era il 14 gennaio. Eravamo circa 80.000, sotto gli ombrelli. Il primo settore a capire i pericoli della cosiddetta riforma di giustizia fu l’high tech. Il più controverso furono i “fratelli in armi”, un gruppo di riservisti di unità d’élite che per protestare contro la legislazione antidemocratica annunciarono che non si sarebbero presentati al servizio attivo in caso fossero richiamati.
Ma figuriamoci. Tutti i riservisti, tutti tutti tutti si presentarono immediatamente alle loro unità quando il sette ottobre furono richiamati. E anche senza essere stati richiamati. L’israeliano capisce immediatamente quando è il momento. Quando il paese è in concreto, reale pericolo. E non si tira indietro. Combatte. Non lo mette neppure in dubbio.
E non mette in dubbio che è suo dovere aiutare fisicamente e moralmente i più colpiti dalla tragedia, in questo caso le famiglie che avevano perso tutto in quel giorno maledetto. Nessuno rimase senza un tetto sopra la testa, senza di che coprirsi o cibarsi.
Erano le stesse vittime che avevano provato , insieme al resto del paese, anche l’orrore di non essere stati protetti dallo stato, dall’esercito, dallo shin bet. Dal mossad. In risposta, tutti i rappresentanti delle istituzioni di sicurezza si dichiararono responsabili di ciò che era accaduto, pronti a dare le dimissioni e ad accettare una commissione d’inchiesta statale. Tutti tranne il governo e colui che ne era e ne è tuttora a capo, Benjamin Nethanyau. Fu sconvolgente.
L’intero paese continuò ad essere solidale, ad essere vicino a chiunque ne avesse ancora bisogno. High tech e privati lavorarono giorno e notte attraverso la lettura di siti di Hamas, Telegram e altri mezzi per scoprire con lavoro minuto e paziente la sorte dei desaparecidi, e capire come e dove erano stati presi gli ostaggi.
Netanyahu continuò ad attaccali senza vergogna.
Tutti in quel momento e da allora in poi ricordarono la strategia del premier e la sua decisione di rafforzare il Hamas attraverso miliardi provenienti dal Qatar, pur di indebolire l’autorità palestinese.
Tutti tranne lui. Si. Certo. Benjamin Nethanyau, i colpevoli per lui erano gli altri: esercito, mossad shin bet.
E soprattutto i colpevoli erano quelli che non l’avevano svegliato in tempo quella mattina del sette ottobre.
Da allora gran parte degli ostaggi sono finalmente tornati, e grazie a negoziazioni che avrebbero dovuto portare alla fine del conflitto avrebbero potrebbero essere tornati anche gli ultimi. Ma lui non vuole. Vuole la guerra. Non solo a Gaza, anche in Libano possibilmente anche in Siria. Anche se la guerra può uccidere ostaggi e gazawi in un’unica stretta mortale.
Da quando lo shin bet sta indagando su tangenti pagate dal Qatar ( paese nemico) ai suoi più stretti collaboratori, Netanyahu è diventato in queste ore un pazzo scatenato e vuole licenziarne il capo, Ronen Bar, che sta investigandoli ,e anche la procuratrice generale, che è l’ultimo freno a un governo autoritario.
Ha paura. Ha paura di ciò che si potrebbe scoprire. Lui sa la verità. E non deve essere piacevole.
Ma come dice oggi il giornale Haaretz nella sua prima pagina il paese risponde con un “noi non ci arrendiamo”.
Lo abbiamo visto nelle oceaniche dimostrazioni di questi giorni a Gerusalemme e a Tel Aviv – mai visto nulla di simile in questo paese- nella rabbia della gente, che sia di destra o di sinistra. Lo abbiamo visto nella minaccia di sciopero generale. Perfino il mio tassista oggi mi ha detto che lui, pure essendo un “bibista” di Netanyahu ne ha abbastanza.
Ma lui continuerà come un Nerone che vuole distruggere Gerusalemme. Lui ci odia. Del paese in cui vive non gliene importa davvero nulla. Anzi.
Per questo penso che sia ora che anche gli ebrei della diaspora si sveglino dal loro lungo sonno. È il momento. Non è più il caso di continuare ad elogiare o anche solo ad accettare la politica del governo Netanyahu come se non ci fosse scelta.
Che siano solidali con noi. Che prendano l’aereo e che vengano qui a dimostrare al nostro fianco. A combattere con noi la guerra più importante della nostra esistenza. Come nei momenti più difficili di questo popolo. E questo popolo ne ha avuti nella storia di momenti difficili.
Come durante la guerra di indipendenza.
Anche questa, alla fine, lo è.
E la nostra forza è nella solidarietà.
Manuela Dviri

Lascia un commento