
Se un Paese non conosce la propria Storia non può capire il presente e né, tantomeno pensare di costruire il futuro! È molto usata in Italia la prassi un po’ ambigua con la quale quando un personaggio passa a miglior vita si tende a santificarlo, per lo meno nel 98% dei casi. Ma qui tocca fare alcune riflessioni su fatti “storici” che esulano dalla carità umana sperando che non si confonda l’aspetto umano con quello storico e politico. Non ho mai avuto l’opportunità di intervistare Giorgio Napolitano ma, se mi fosse stata data l’opportunità, fra le centinaia che mi assalgono almeno tre gliele avrei fatte.
La prima riporta alla mente e riguarda la sua presa di posizione a favore della invasione sovietica in Ungheria nel 1956 dove Imre Nagy, il leader ungherese all’epoca, stava buttando le basi per un socialismo riformista svincolato dal comunismo di Mosca. La risposta del PCI e di Palmiro Togliatti, Pietro Ingrao e Giancarlo Pajetta in particolare furono di una durezza unica. Ma, quasi dimenticato da molti nei meandri della Storia, ci fu pure l’autorevole intervento di Giorgio Napolitano con un articolo su l’Unità in cui scrisse che: “L’intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella contro rivoluzione, ma alla pace nel mondo”. Solo decenni dopo ammise di aver avuto torto. Eppure forti segnali erano venuti fuori da un gran numero di intellettuali che deplorarono l’intervento sovietico nel “Manifesto dei 101“, firmato tra gli altri da un gruppo di storici (Renzo De Felice, Luciano Cafagna, Salvatore Francesco Romano, Piero Melograni, Roberto Zapperi, Sergio Bertelli, Francesco Sirugo, Giorgio Candeloro), da alcuni universitari comunisti romani (Alberto Caracciolo, Alberto Asor Rosa, Mario Tronti, Enzo Siciliano), dal filosofo Lucio Colletti, da alcuni critici (Dario Puccini, Mario Socrate, Luciano Lucignani), da artisti e studiosi d’arte (Lorenzo Vespignani e Corrado Maltese), da uomini di cinema (Elio Petri), da giuristi (Vezio Crisafulli), da architetti (Piero Moroni) e da scienziati come Franco Graziosi, Luciano Angelucci. Molti intellettuali iscritti o simpatizzanti del PCI si dimisero dal Partito – tra di essi Antonio Giolitti, Eugenio Reale, Vezio Crisafulli, Fabrizio Onofri, Natalino Sapegno, Domenico Purificato, Gaetano Trombatore, Carlo Aymonino, Carlo Muscetta, Loris Fortuna, Antonio Ghirelli, Italo Calvino, Elio Vittorini, Rachele Farina – ovvero presero le distanze in maniera netta dal Partito dopo l’appoggio che questi aveva dato all’invasione sovietica, in ciò unendosi alla critica nei confronti dell’invasione formulata pubblicamente da chi aveva già abbandonato da tempo il partito come Ignazio Silone.
La seconda domanda sarebbe stata: perchè, ad aprile 1978 in pieno sequestro Moro, andò dall’Ambasciatore USA a Villa Taverna a Roma? Bisogna ricordare che, poco prima, il 14 febbraio di quell’anno, ad un mese dal sequestro Moro, Giorgio Napolitano ebbe una conversazione con un importante diplomatico americano, molto probabilmente Martin Wenick primo segretario dell’ambasciata Usa, che curava i rapporti col Pci per il tramitedi Luciano Barca. Dopo poco l’ambasciatore Gardner, in un report, ne informò Washington con un telegramma di 4 pagine intitolato Views of Pci Official, le opinioni di un alto dirigente del Pci dove evidenziava la forte preoccupazione del PCI per la prolungata durata della crisi, ammettendo che c’era stato un significativo e forte confronto al vertice del partito stesso sul modo di gestire gli effetti del discorso che Berlinguer aveva tenuto al Comitato centrale.
Alla fine concludeva che comunque a quel punto il vertice del Pci avrebbe ottenuto il sostegno della base ad una soluzione politica che garantiva un significativo passo in avanti nell’affermare l’influenza politica del Pci a livello nazionale. Prima di congedarsi Giorgio Napolitanoavanzò richiesta di volervisitare gli Stati Uniti per il successivo mesedi aprile sulla base di inviti che aveva ricevuto dalle università di Princeton, Harvard e Yale. Il funzionario americano mise subito le mani avanti e gli rispose chenon c’erano prospettive diincontri con rappresentanti del governo degli Stati Uniti sulla base della cornice politica disegnata dalla dichiarazione del 12 gennaio dal Dipartimento di Stato. Napolitano ribatté che era la stessavalutazione che gli aveva fatto il corrispondente dell’Unità daWashington, Jacoviello, che aveva incontrato pochi giorni prima, ma affondò il colpo calando il suo asso: «Attiro la vostra attenzione sulla moderazione con cui il Pci ha reagito alla dichiarazione del Dipartimento di Stato del 12 gennaio, in evidente contrasto con le posizioni prese da alcuni dei vostri alleati occidentali». Ecco perché, forse, Henry Kissinger lo definiva il «My favourite communist», il mio comunista preferito. Ma Napolitano lo corresse ridendo: «Il mio ex comunista preferito!».
Terza domanda: perchè non rispose da presidente della Camera al compianto Sergio Moroni che sta ancora aspettando risposta alla sua lettera del settembre 1992 a cui seguì il suicidio?
“Egregio Signor Presidente, ho deciso di indirizzare a Lei alcune brevi considerazioni prima di lasciare il mio seggio in Parlamento compiendo l’atto conclusivo di porre fine alla mia vita. È indubbio che stiamo vivendo mesi che segneranno un cambiamento radicale sul modo di essere nel nostro paese, della sua democrazia, delle istituzioni che ne sono l’espressione. Al centro sta la crisi dei partiti (di tutti i partiti) che devono modificare sostanza e natura del loro ruolo. Eppure non è giusto che ciò avvenga attraverso un processo sommario e violento, per cui la ruota della fortuna assegna a singoli il compito delle “decimazioni” in uso presso alcuni eserciti, e per alcuni versi mi pare di ritrovarvi dei collegamenti. Né mi è estranea la convinzione che forze oscure coltivano disegni che nulla hanno a che fare con il rinnovamento e la “pulizia”. Un grande velo di ipocrisia (condivisa da tutti) ha coperto per lunghi anni i modi di vita dei partiti e i loro sistemi di finanziamento. C’è una cultura tutta italiana nel definire regole e leggi che si sa non potranno essere rispettate, muovendo dalla tacita intesa che insieme si definiranno solidarietà nel costruire le procedure e i comportamenti che violano queste regole. Mi rendo conto che spesso non è facile la distinzione tra quanti hanno accettato di adeguarsi a procedure legalmente scorrette in una logica di partito e quanti invece ne hanno fatto strumento di interessi personali. Rimane comunque la necessità di distinguere, ancora prima sul piano morale che su quello legale. Né mi pare giusto che una vicenda tanto importante e delicata si consumi quotidianamente sulla base di cronache giornalistiche e televisive, a cui è consentito di distruggere immagine e dignità personale di uomini solo riportando dichiarazioni e affermazioni di altri. Mi rendo conto che esiste un diritto d’informazione, ma esistono anche i diritti delle persone e delle loro famiglie. A ciò si aggiunge la propensione allo sciacallaggio di soggetti politici che, ricercando un utile meschino, dimenticano di essere stati per molti versi protagonisti di un sistema rispetto al quale oggi si ergono a censori. Non credo che questo nostro Paese costruirà il futuro che si merita coltivando un clima da “pogrom” nei confronti della classe politica, i cui limiti sono noti, ma che pure ha fatto dell’Italia uno dei Paesi più liberi dove i cittadini hanno potuto non solo esprimere le proprie idee, ma operare per realizzare positivamente le proprie capacità e competenze. Io ho iniziato giovanissimo, a solo 17 anni, la mia militanza politica nel Psi. Ricordo ancora con passione tante battaglie politiche e ideali, ma ho commesso un errore accettando il “sistema”, ritenendo che ricevere contributi e sostegni per il partito si giustificasse in un contesto dove questo era prassi comune, né mi è mai accaduto di chiedere e tanto meno pretendere. Mai e poi mai ho pattuito tangenti, né ho operato direttamente o indirettamente perché procedure amministrative seguissero percorsi impropri e scorretti, che risultassero in contraddizione con l’interesse collettivo. Eppure oggi vengo coinvolto nel cosiddetto scandalo “tangenti”, accomunato nella definizione di “ladro” oggi così diffusa. Non lo accetto, nella serena coscienza di non aver mai personalmente approfittato di una lira. Ma quando la parola è flebile, non resta che il gesto. Mi auguro solo che questo possa contribuire a una riflessione più seria e più giusta, a scelte e decisioni di una democrazia matura che deve tutelarsi. Mi auguro soprattutto che possa servire a evitare che altri nelle mie stesse condizioni abbiano a patire le sofferenze morali che ho vissuto in queste settimane, a evitare processi sommari (in piazza o in televisione) che trasformano un’informazione di garanzia in una preventiva sentenza di condanna.
Con stima. Sergio Moroni”
Molto altro il lettore lo troverà su “Andreotti, Craxi e Moro visti dalla CIA”.
Raffaele Romano

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