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Se un bambino bruciato è una notizia come tante

di Fabrizio Binacchi | 26 Gennaio 2014

Parliamo di un bambino di tre anni che prima di essere ucciso e bruciato, reso un povero scheletro con pochi resti su una macchina, aveva passato metà della sua brevissima vita in carcere perché la mamma là “abitava”.

009_kids_theredlistBell’Italia, davvero bella. Pronta -quest’Italia- per l’immagine universale dell’Expo 2015. Musei che ci invidiano e costiere, come quella amalfitana, che fanno innamorare il mondo ma anche coste, terreni che franano e, orrore degli orrori, bambini che vengono bruciati per guerra di mafia e ndrangheta. Bell’Italia davvero. E il problema è che noi tra informati e informatori, tra giornalisti e lettori, rischiamo di farci il callo. Nonno nipote di tre anni e compagna bruciati: ok sei colonne. Alt, fermiamoci e riflettiamo. Hanno bruciato un bambino di 3 anni per una guerra più grossa persino della sua già problematica famiglia e noi andiamo di automatismi?! Mh, problema. Parliamo di un bambino di tre anni che prima di essere ucciso e bruciato, reso un povero scheletro con pochi resti su una macchina, aveva passato metà della sua brevissima vita in carcere perché la mamma là “abitava”. Una notizia come un’altra? Perché non siamo più capaci di indignarci? Un bambino di tre anni che era nel posto sbagliato al momento sbagliato e ha condiviso col nonno la fine nella guerra di clan e nella violenza più brutale e disumana. Nel giorno dell’orrendo fatto cronaca quasi standard, solo il giorno dopo qualcuno ha accesso fari e spezzoni di sinapsi e ci si è resi conto che parlavamo di un bambino, di tre anni, vittima e martire di una guerra senza barriere. Orrori impensabili in un contesto di coste che franano, rivelatrici di una nostra sbagliata predisposizione a capire  e a scusare. Terrapieni che finiscono in mare. Territori morfologicamente fragili? Vero, sacrosanto, indubbio. Ma se gli uomini costruiscono sui terrapieni e sulle coste che digradano verso il mare palazzine e grandi terrazzi come se fossimo in terra sicura e piana al centro della pianura Padana, ha ragione il procuratore di Savona a dire: altroché fenomeno naturale, qui la colpa è dell’uomo. Cosa ci dice quel terrazzo, spezzone di probabili abusi, che sta franando su un treno a sua volta deragliato perché la frana l’ha spostato pericolosamente verso il mare? Una fotografia imbarazzante, l’immagine di una realtà quasi surreale, di una situazione quasi da film che solo gli sceneggiatori di un ipotetico “007 la terra mi viene addosso” potrebbero inventare. Un locomotore più giù dal binario di un modellino Lima in mano a un bambino, una roccia che cede e un terrazzo con righiera che sta lassù vicino al punto di non ritorno diventa un spada di Damocle su un carrozza del treno e una lotta contro il tempo mentre l’unica linea Italia Francia risulta bloccata per quel treno mezzo deragliato sul mare. Una cartolina dell’assurdo. Una cartolina che disegna colpe e responsabilità, abusi e leggerezze, che diventano massi pesantissimi sul territorio e sull’ambiente. Ma anche sulla nostra coscienza. Dovremmo indignarci di più davanti a titoli come quelli del bambino bruciato che investono il nostro stesso senso di essere uomini e donne m anche indignarci senza remore davanti alle cartoline dell’assurdo come quella di Andora che sono il risultato di anni a dir poco di incurie e distrazioni. In certi casi di veri  (e vari)  reati.

Pubblicato in : CornerBlog

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

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