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Se non ora quando?

Per la prima volta dal rovesciamento del regime di Ben Alì i cittadini tunisini saranno chiamati al voto per rinnovare il proprio parlamento, con una legge elettorale molto discutibile e con due fronti politici estremamente all’opposto. Ma è bene ricordare che la Tunisia è, nonostante tutto, uno Stato democratico ed è dunque necessario prevenirne il collasso ed è fondamentale che l’Europa, Italia in primis, non sia spettatore impotente.

di Marco Mayer | 11 Dicembre 2022
Magharebia, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Dodici anni  dopo l’inizio della rivoluzione democratica che ha rovesciato il regime di Ben Alì, sabato 17 dicembre i cittadini della Tunisia saranno chiamati alle urne per eleggere il  Parlamento, le cui attività sono state sospese dal Presidente Kaid Saied (un celebre docente di diritto costituzionale in pensione).

Le elezioni si tengono dopo una modifica assai discutibile della normativa elettorale attuata con  decreto presidenziale. I candidati possono, infatti, partecipare e competere nelle elezioni parlamentari a livello individuale, ma non come espressione di un partito politico. 

Di fronte a questa scelta i partiti di opposizione hanno scelto ufficialmente l’ “Aventino”, ma esaminando con attenzione la lista dei candidati si può osservare che alcuni dei loro esponenti hanno deciso di partecipare ugualmente come singole persone.

È difficile prevedere come si muoverà il nuovo parlamento e soprattutto quali saranno gli equilibri politici del paese dopo le prossime elezioni, ma il Presidente dovrebbe poter contare su un consenso piuttosto ampio.

Sabato 10 dicembre a Tunisi si svolgerà una manifestazione di protesta nell’avenue Burghiba (luogo simbolo della primavera araba), ma l’opposizione appare sempre divisa e schierata su posizioni antagoniste.Lo schieramento che cerca di contrastare la politica accentratrice del Presidente appare, infatti, fortemente polarizzato. 

Da una parte si teme una involuzione democratica e la mobilitazione in particolare si concentra in una combattiva difesa dei diritti delle donne (il cui ruolo politico e’ indebolito dalla nuova legge elettorale). 

Sul versante opposto, si colloca una  visione della Tunisia contraria ai principi dello stato di diritto , ispirata all’integralismo islamista della Fratellanza Musulmana (che proprio in questi giorni ha guadagnato numerosi punti a suo favore con i mondiali di calcio in Qatar).

Ma è  bene essere chiari. Nonostante le attuali  difficoltà la Tunisia non è ne’ un’autocrazia né uno stato di polizia.Tuttavia è necessario prevenire i rischi di un collasso  della democrazia che  non può essere  escluso a priori nell’orizzonte futuro.La  saldatura tra crescente incertezza politica, profondità della crisi economica  e aumento della povertà alimenta la sfiducia dei cittadini.

Basta passeggiare qualche giorno per le strade di Tunisi e parlare con la gente, per respirare la difficoltà del momento. La delusione riguarda soprattutto la mediocrità dimostrata dai partiti politici ed il miope  clientelismo che ha dominato i loro comportamenti nell’ ultimo decennio. 

Anche se vi sono stati significativi progressi in materia di sicurezza nazionale e difesa- a dieci anni dalla  rivoluzione democratica la delusione popolare è palpabile e i valori della libertà sono percepiti come una dimensione d’élite di cui solo una parte (colta e benestante) della popolazione può veramente godere.

Gli altissimi livelli di indebitamento dello stato da un lato e la carenza di beni primari (pane, latte e generi alimentari di prima necessità), possono diventare una miscela esplosiva.

In questo contesto c’è chi vorrebbe favorire l’influenza di autocrazie straniere potenzialmente interessate a favorire la nascita in Tunisia  di un regime autoritario a loro favorevole (vengono  subito i  mente il ruolo  della Russia in Siria e/o le molteplici interferenze cinesi che  alimentano le crisi in Etiopia e Sudan). 

L’Europa, e l’Italia in primis, non può assistere impotente ad una possibile collasso dell’economia e della democrazia tunisina, una nazione che peraltro riveste un ruolo geopolitico di rilevanza primaria nel mediterraneo e nel mondo arabo. 

Non si tratta di esportare valori politici o regole istituzionali dall’esterno, ma molto più semplicemente di agire con supporti concreti e duraturi che non facciano sentire solo il popolo tunisino.

Servono aiuti finanziari di emergenza e cooperazione industriale di breve e medio periodo nonché interventi  urgenti  per far fronte alla crisi dell’ agricoltura.

Quando manca il latte per i bambini,  il pane per molte famiglie e il lavoro per I giovani la mera retorica dei diritti umani non porta da nessuna parte. 

La Tunisia (anche per il grande impegno dei medici militari durante le campagne vaccinali nei villaggi più sperduti) ha saputo reagire molto bene alla pandemia.

Il popolo tunisino ha dimostrato nella crisi  sanitaria  di avere tutte  le energie per reagire alle emergenza. Questa esperienza dimostra che in un clima di stabilità politica la Tunisia  può definire  un equilibrio piu’ solido  tra il  rispetto delle proprie tradizioni religiose – culturali e i  valori di laicità propri della società aperta. 

Certo per uscire dalla crisi economico la Tunisia non può restare a lungo in bilico. L’Italia ha fatto molto in sede bilaterale e multilaterale in favore della Tunisia, ma in questo momento particolare  un salto di qualità è imperativo.

Antonio Tajani e Giorgia Meloni devono mettere in agenda la Tunisia come una  delle principali   priorità della politica estera italiana.

Occorre agire subito in molteplici campi per  favorire l’ occupazione e la qualificazione  professionale dei giovani tunisini nonché per  favorire la formazione di una nuova generazione politica e amministrativa. 

Essere vicini alla Tunisia non è solo giusto, ma è condizione vitale  della nostra Sicurezza Nazionale. La Tunisia e’ uno snodo cruciale tra Libia e Algeria e forse  la recente distensione delle relazioni con Tripoli, potrebbe rappresentare un primo passo incoraggiante. 

Intervenendo in modo tempestivo a favore della crescita economica e della stabilità politica della Tunisia, l’Italia  può offrire  un significativo contributo alla stabilità complessiva del Mediterraneo e dell’ Europa intera.  Se non ora quando? Altrimenti sarà inutile piangere sul latte versato.

Marco Mayer

Pubblicato in : EditorialeTag: agricoltura, anni, consenso, crisi, crisi economica, democrazia, elezioni, emergenza, espressione, europa, futuro, giovani, italia, laicità, lavoro, legge elettorale, libia, manifestazione, medici, meloni, mondo, nazione, nuova generazione, nuova legge, opposizione

Info Marco Mayer

Nell’arco degli ultimi trenta anni Marco Mayer ha svolto un’ intensa attività in campo internazionale, ricoprendo una molteplicità di ruoli : dalle relazioni commerciali alla promozione del Made in Italy, dalle operazioni civili e militari di pace alle attività di ricostruzione e riconciliazione post/conflitto; dall’emergenza umanitaria alla cooperazione allo sviluppo . Nell’ultimo decennio Marco Mayer, a lungo negli anni Ottanta Assessore alla Cultura della Regione Toscana, ha messo a frutto la sua esperienza sul campo, dedicandosi prevalentemente alla ricerca ed all’insegnamento universitario presso l’Università di Firenze dove insegna “Politica Internazionale” Dal 2003 insegna, inoltre, “Responsibility to Protect” and Post Conflict Management al Master “Human Rights and Genocide Studies” , promosso dall’Università di Siena, Kingston University – Londra , Collegium Civitas – Varsavia, Universität Viadrina – Francoforte. . Dal 2011 partecipa, infine, al programma di ricerca “Global Governance Programme” promosso dal Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.

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