
Negli ultimi decenni i telegiornali europei si aprivano con notizie di politica, scuola, sanità, caro vita, tasse, industria, moda, economia, mercati, clima. Temi che per quanto complessi riflettevano una quotidianità riconoscibile. Oggi quel palinsesto è cambiato radicalmente. Dall’invasione russa dell’Ucraina la guerra è tornata al centro della narrazione mediatica. E non è più un’eccezione. Al conflitto in Europa orientale si è aggiunta la drammatica escalation in Medio Oriente. Il bombardamento della Striscia di Gaza da parte di Israele ha provocato prima un esodo di massa ed ora – con la fragile tregua – un controesodo ancora più disumano perché la città è stata scientemente rasa al suolo. Una crisi umanitaria di proporzioni storiche. Milioni di palestinesi sono stati costretti ad abbandonare le proprie case senza una meta. Di fronte a simili eventi molti notiziari non trovano più spazio per altro. La guerra è diventata la prima notizia del mattino, la cronaca del pomeriggio, l’approfondimento della sera. Restano sullo sfondo altri conflitti sanguinosi come quello in Sudan, dove si contano centinaia di migliaia di vittime, o le violenze in Myanmar, insieme ad altri cinquanta teatri di crisi dimenticati. L’attenzione è assorbita da Mosca, Kiev, Tel Aviv e Gaza. E viene da chiedersi se non ci sia, dietro questa narrazione continua, la volontà implicita di normalizzare la guerra, renderla un elemento familiare. In modo che, qualora dovesse coinvolgerci direttamente, non ci colga di sorpresa. Intanto Francia e Germania hanno già avviato una riorganizzazione delle reti ospedaliere, preparandosi ad accogliere eventuali militari feriti dal fronte. Una visione che ricorda gli scenari del Novecento, quando forse sarebbe più urgente pensare a rifugi antiatomici e a sistemi di protezione civile adeguati ai rischi contemporanei. Nei rari momenti lasciati liberi dall’attualità bellica, spesso nelle ore notturne, si torna a parlare di temi sociali, economici o culturali, come si faceva un tempo. Ma il quadro generale è chiaro. Negli ultimi cinque anni l’informazione pubblica è stata dominata quasi esclusivamente da guerra e pandemia. E forse è proprio questo il punto. Se un nuovo conflitto dovesse estendersi al cuore dell’Europa, o se una nuova pandemia dovesse diffondersi, l’opinione pubblica potrebbe reagire con rassegnazione. Un “lo sapevamo già” che suona come un’amara profezia autoavverante. Il linguaggio della guerra, in fondo, è utile a molti. Serve a mascherare le difficoltà quotidiane, a distrarre dai problemi strutturali, a sollevare la classe dirigente dalle proprie responsabilità. È un linguaggio che storicamente ha esaltato e continua a esaltare gli imbecilli e gli imbroglioni, quelli che prosperano sulle disgrazie collettive. A scapito di chi, con onestà, vorrebbe investire risorse nella sanità, nella ricerca e nell’innovazione.
Angelo Santoro

Lascia un commento