Leggere o ascoltare dalle intercettazioni telefoniche, nell’ambito dell’inchiesta sanità della Calabria, un infermiere che dice “quella la facciamo fuori”, riferendosi ad una vecchietta ricoverata in una clinica privata non solo fa rabbrividire ma ti mette dentro un senso di vuoto e di impotenza non solo davanti alla disonestà ma davanti alla più imprevedibile disumanità. In fondo a ben guardare che differenza c’è -e sono emozioni recenti riferite alla giornata della memoria- mandare alla camera a gas una famiglia di ebrei e decidere di far morire una povera vecchietta per sostituirla con un’altra a più lunga retta?! Terribile. I titoli sono quasi più leggeri della realtà: l’ospedale degli orrori. Non in Africa, non nel cosiddetto Terzo Mondo, no, molto più vicino, a noi, in Calabria. Per cosa? Per soldi. La sanità vista come impresa, come fonte di reddito, dove il degente, il malato, non è solo malato, anzi è l’ultima cosa che sia malato, che stia soffrendo, che stia male, e visto come un numero che, grazie a convenzioni e regole a volte molto strane, diventa contributi, soldi, euri sonanti. Lucrare sui bisogni è sempre uno scandalo, ma lucrare sulle malattie, sulla sanità -oltre il reato- diventa un fatto odioso, impensabile per la ragione e non solo per l’etica. Pazienti morti che erano vivi, pazienti vivi che erano morti. Un film dell’orrore, che nemmeno una fervida fantasia cinematografica poteva immaginare, e invece tutta realtà, dietro tre piani di una linda palazzina con vetrate e giardini, nel sud del Paese. I bene e il male della sanità italiana. Ma scopriamo solo i picchi del male e del bene. A fronte di cliniche della morte e della perversione vi sono ospedali e cliniche delle eccellenze, dove al di là del trattamento vi sono conoscenze scientifiche, cliniche, scambi di informazioni in rete, delicatezze relazionali che ci avvicinano alle società più evolute, ai celebrati paradisi degli stati sociali e di grande livello assistenziale del nord Europa. Occorrono sempre più onestà, preparazione e professionalità. L’ospedale non puo’ essere considerato come un’azienda di scarpe o di occhiali, come una manifattura qualsiasi dalla quale ottenere il massimo del dividendo con il minimo dei costi. Se si parte davvero da questo presupposto non si puo’ non arrivare a considerare qualsiasi struttura che si occupa di sanità come vero presidio di servizio pubblico, di quello Stato che mette tra i primi diritti dei suoi cittadini quello della vita e della salute. Il resto puo’ essere truffa, criminalità, perversione da cronaca nera o da cronaca degli scandali. Una decina di anni fa lavoravo ancora a Roma e per un litigio (aggressione con rapina) con tre marocchini in una quartiere di Roma, avendo vinto loro nella colluttazione, sono finito al Policlinico Umberto I con fratture e ferite varie. La prima notte in corsia non capivo niente, i pugni avevano avuto un effetto sedativo. La mattina seguente per andare a fare lastre e visite specialistiche venni portato in carrozzella nella famigerata galleria degli orrori, ovvero il famoso lungo corridoio sotterraneo che collega i vari reparti e che anni dopo è stato oggetto di denunce giornalistiche e giudiziarie per escrementi, lettini abbandonati, topi che giravano e tubature scoperte. All’epoca non immaginavo di essere passato per quel pezzo di inferno Rischiavo un occhio. E infezioni. Ringraziai e decisi per un intervento all’ospedale Poma di Mantova. Casi, fortune, destini. Ma evitiamo le fatalità, troppo fatali, con la ragione e il lavoro.
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Fabrizio Binacchi

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