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Se l’Europa si desta a Yerevan

La riunione del Consiglio Affari Esteri di lunedì scorso, presieduta come consuetudine dall’Alta Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune Kaja Kallas, si è aperta con un ospite di riguardo. Ai ministri degli esteri dei 27 Paesi Membri dell’Ue si è, infatti aggiunto Ararat Mirzoyan, ministro dell’Armenia che ricopre l’incarico analogo nel governo di Erevan. Più che un ospite “d’onore”, tuttavia, per certi versi si trattava di un ospite d’ònere visti gli ultimi sviluppi politici accaduti nella piccola repubblica caucasica.

di Paolo Bergamaschi | 22 Giugno 2026
La capitale dell’Armenia Yerevan

La riunione del Consiglio Affari Esteri di lunedì scorso, presieduta come consuetudine dall’Alta Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune Kaja Kallas, si è aperta con un ospite di riguardo.

Ai ministri degli esteri dei 27 Paesi Membri dell’Ue si è, infatti aggiunto Ararat Mirzoyan, ministro dell’Armenia che ricopre l’incarico analogo nel governo di Erevan. Più che un ospite “d’onore”, tuttavia, per certi versi si trattava di un ospite d’ònere visti gli ultimi sviluppi politici accaduti nella piccola repubblica caucasica.

Il 7 giugno si sono tenute le elezioni legislative che hanno visto la riconferma del partito del primo ministro uscente Nikol Pashinyan con quasi il 50% dei voti. Al potere dal 2018 Pashinyan ha rotto con il passato imprimendo una decisa svolta europea a un Paese considerato storicamente come il più allineato e fedele alleato della Russia nella regione. Non a caso l’Armenia ospita a tutt’oggi a Gyumri, nella parte nord-occidentale del Paese, una base militare russa e i soldati russi fino a pochi mesi fa presidiavano ancora il confine meridionale della ex repubblica sovietica con l’”arcinemica” Turchia, chiuso dagli anni novanta a causa del conflitto del Nagorno (Alto) Karabakh, piccola provincia montuosa nel territorio internazionalmente riconosciuto dell’Azerbaigian popolata da una minoranza armena (turchi e azeri condividono lingua e cultura).

Quello dell’Alto Karabakh è stato un tarlo che ha corroso e scavato in profondità la vita sociale e politica dell’Armenia degli ultimi quarant’anni. Ufficialmente erano stati i separatisti della comunità armena della regione all’inizio degli anni novanta a imbracciare le armi per liberarsi dal governo di Baku; in realtà ciò non avrebbe potuto succedere senza il supporto delle forze regolari di Erevan e il sostegno militare e il via libera implicito della Russia. Russia che, peraltro, forniva armi anche all’Azerbaigian e che, anche per questo, si era imposta come mediatrice fra le due parti negoziando il primo cessate-il-fuoco e gli accordi successivi ma, soprattutto, giocando dietro le quinte a riaccendere o spegnere il conflitto a seconda della propria convenienza.

Tutti sapevano e tutti fingevano. A Erevan stava bene così, cullandosi nell’illusione di congelare il conflitto all’infinito occupando il 20% del territorio azero; a Baku la contrapposizione infiammatoria con l’Armenia serviva a puntellare il regime e reprimere il dissenso; a Mosca grazie alla modulazione spregiudicata del conflitto si mantenevano nell’orbita russa sia l’Armenia che l’Azerbaigian. Nel corso di tre decenni, tuttavia, le condizioni sono mutate. Grazie ai proventi di gas e petrolio l’arsenale azero si è gonfiato a dismisura; per Mosca l’Armenia era solo una pedina sullo scacchiere della geopolitica regionale; le garanzie di sicurezza russe per l’Armenia, di conseguenza, erano mirate e non scontate.

Per anni nei corridoi del Parlamento Europeo ho discusso con i rappresentanti armeni, sia istituzionali che non governativi, dell’insostenibilità della situazione incoraggiandoli a sfruttare la posizione di vantaggio per negoziare una soluzione definitiva nel solco del diritto internazionale. Per anni mi sono sentito ripetere che, pur non fidandosi di Mosca, nessun armeno avrebbe mai potuto rinunciare all’Alto Karabakh considerato elemento identitario di un intero popolo. Nel 2020, purtroppo, il conflitto si è di nuovo scongelato in guerra aperta che nonostante gli sos lanciati dall’Armenia alla Russia si è conclusa tragicamente con la caduta di Stepanakert e la fuga caotica dei 100mila armeni che abitavano la regione.

Nell’agosto dello scorso anno a Washington, di fronte a Donald Trump, Armenia e Azerbaigian hanno firmato un pre-accordo di pace da posizioni ribaltate. A Erevan non è rimasto nulla in mano. La decantata e storica presunta protezione russa si è squagliata nel giro di poche ore malgrado la Federazione Russa e l’Armenia facessero parte della stessa alleanza militare, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva. «Che senso ha rimanere in un’alleanza dove i Paesi membri non si soccorrono a vicenda?» si è chiesto Pashinyan che ha sospeso nel 2024 la partecipazione dell’Armenia avviando un nuovo corso di graduale avvicinamento all’Unione Europea. Bruxelles ha risposto positivamente lanciando il processo di liberalizzazione dei visti, aprendo il mercato alle merci armene boicottate da Mosca e stanziando poco prima delle elezioni un pacchetto di 50 milioni di euro di aiuti oltre a distaccare una missione civile per contrastare l’incessante campagna di disinformazione russa in tutte le sue forme.

La parabola armena ci insegna che, come ha detto a Davos il primo ministro canadese Mark Carney in un discorso ormai passato alla storia, se una potenza media non è seduta al tavolo è sul menù. In un mondo in cui Usa, Russia e Cina stanno picconando il diritto internazionale il salvagente europeo rappresenta, comunque, una speranza di salvezza a cui aggrapparsi. Purché l’Europa sia in grado di mantenere le promesse….    

Paolo Bergamaschi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Paolo Bergamaschi

Paolo Bergamaschi è nato a Viadana (MN) e ha vissuto per anni a Bruxelles. Ha lavorato per 25 anni come consigliere politico presso la Commissione Esteri del Parlamento Europeo. Veterinario di professione, collabora con riviste, siti web e quotidiani con reportage e analisi di questioni europee e avvenimenti internazionali. E’ spesso ospite di programmi radiofonici che trattano di politica estera. E’ musicista e cantautore con sei cd all’attivo. Ha pubblicato Area di Crisi-Guerra e pace ai confini d’Europa (La Meridiana, 2007), Passaporto di Servizio (Infinito edizioni, 2010), L’Europa oltre il muro (Infinito edizioni, 2013), Terre d’Oriente (Infinito edizioni, 2017) e Terre di Nessuno (Infinito edizioni, 2020).

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