
La pasta costa troppo? Cucineremo il risotto! Verrebbe da rispondere così alla notizia che il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha convocato la Commissione di allerta rapida e il Garante dei prezzi per esaminare i rincari della pasta. L’incontro si svolgerà giovedì 11 maggio e potrebbe innescare una ondata di controlli della Guardia di finanza contro la “speculazione”. Ma, prima, i tecnici del Ministero dovranno rispondere alla domanda perché spaghetti e fusilli a marzo 2023 costavano il 17,5 per cento in più di un anno fa, mentre la materia prima è diminuita di prezzo.
Una risposta sola non esiste, ma ciò non significa che vi siano motivi occulti e misteriosi. Un primo punto riguarda il fatto che l’incremento osservato oggi è il frutto di una crescita graduale dei prezzi, nel corso dell’ultimo anno, segnato da un’inflazione generalizzata e, checché se ne dica, non limitata alle sole materie prime. Il secondo elemento è che non di solo grano è fatta la pasta: non a caso, sui costi di produzione incide molto tra l’altro l’energia, i cui costi rimangono sostenuti sebbene lontani dai picchi del 2022. Il terzo è che l’effetto degli incrementi nei costi degli input (quali, appunto, frumento ed energia) non si trasferiscono immediatamente sui prezzi degli output: spesso le aziende si sforzano di difendere i volumi venduti, rinunciando a una parte dei margini, per smorzare gli aumenti. Ma, in ultima analisi, non si tratta di spiegare analiticamente le cause degli incrementi ma di capire come funziona il mercato e qual è, in tale contesto, il ruolo che può utilmente giocare il governo.
La risposta è semplice ed è: nessuno. O almeno così dovrebbe essere. Il Ministero fa bene a monitorare i mercati e a raccogliere e diffondere dati. Ma delle due l’una: o gli aumenti dipendono da condotte illecite (per esempi cartelli o altri comportamenti collusivi) oppure no. Nel primo caso, è l’Antitrust – non il Ministero – a dover accertare gli abusi e intervenire. Nel secondo, siamo di fronte al decorso fisiologico di un incremento generalizzato del livello dei prezzi, dovuto sia a cause esogene (l’energia) sia endogene (la politica monetaria e fiscale degli ultimi anni). Il governo, mai come in questo caso, è più parte del problema che parte della soluzione. E alimentando, seppure solo a scopi retorici, la percezione di poter “fare qualcosa”, esso non fa altro che peggiorare le cose, intorbidendo le acque e determinando nell’opinione pubblica quella sensazione che ci sia qualcosa da nascondere che abbiamo già osservato tante volte (solo poche settimane fa, per esempio, in relazione ai carburanti, i cui rincari erano dovuti semplicemente alla fine degli sconti fiscali).
Istituto Bruno Leoni

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