Si gioca su tutto. Si specula sugli spiccioli. E a volte una monetina complica la vita. Le grandi compagnie telefoniche hanno inventato l’anno di 13 mensilità per arrotondare i ricavi. Mesi di 28 giorni per tirar su più soldi. Per fortuna è stato ordinato loro, dalle Autorità competenti, di tornare indietro, di rispettare i mesi. Questa scadenza del mese a 28 giorni, peraltro, mandava in crisi anni, decenni di insegnamenti da calendario di nonni e mamme.
Vi ricordate quella filastrocca che veniva usata per ricordare quanti sono i giorni dei mesi? “30 giorni a novembre, con april giugno e settembre, di 28 ce n’è uno, tutti gli altri ne han 31”.
Con l’ardita innovazione delle compagnie telefoniche si metteva a rischio la saggezza e la conoscenza popolare dei giorni e dei mesi, tutti a 28 come se fossero tutti febbraio. Si sarebbero dovuti scomodare quelli che di calendario si sono occupati nella storia e cioè Giulio Cesare, col suo calendario giuliano che calcolava in un anno 365,25 giorni, e Gregorio XIII che mise, per così dire, i conti dei giorni a posto.
Anche per i telefoni i mesi son tornati mesi e non 4 settimane, ma non bisogna mai stare tranquilli. Adesso c’è una nuova procedura di anti cartello per rischio di allineamento di offerte.
Si gioca sui giorni, sulle ore, per guadagnare di più. O per far spendere di più. Si gioca sui centesimi e sugli spiccioli, in offerta o in richiesta, per fare sembrare un prezzo più conveniente dell’altro. E nel marketing da supermercato ci sta: una colomba pasquale 4 euro e 80 centesimi sembra molto meno cara di una colomba di 5 euro, e sono soltanto venti centesimi di differenza.
La cifra tonda all’ammontare superiore sembra un capitale rispetto a quella decimale sia pur di poco. Siamo fatti così, giochi di marketing e di psicologia della percezione. Una monetina complica la vita. 20 centesimi di qua, 10 di là, cinque dall’altra parte non dico che ci diventi ricco ma alla fine puoi risparmiare uno o due euro. Si arriva anche a fare offerta a 1 euro e 99 piuttosto che a 19 e 95. E tutti, più o meno, ci caschiamo. Ma nelle tariffe dei servizi la vicenda degli spiccioli assume tutta un’altra valenza e diventa quasi (senza quasi) fastidiosa. Perché complica la vita al cittadino senza motivo. Perché per un’ora di parcheggio mi chiedi 1 euro e 5 centesimi? Che senso hanno quei 5 centesimi? Perché non hai fatto 1 euro tondo? Perché vuoi far smaltire le monetine dei centesimi o perché vuoi complicare la vita dell’automobilista che ha trovato un posto per miracolo e pur di lasciare l’auto mette anche 1 euro e 50 centesimi invece dei 5? A pensar male si fa peccato a volte ci si prende. Parking di una nota e bella città del nord Italia: prima ora 1.05, Dalla seconda ora 2.10. Così impari. Come se i cittadini che hanno bisogno di parcheggiare fosse gente da punire. Ah, devi stare di più? Ti faccio pagare esponenzialmente.
Ci sono città con tariffe ben più alte, a seconda delle zone: da 1 euro e 80 fino ai 2 euro e 50, all’ora. Ma il problema qui non è la qualità della cifra ma la qualità della somma pretesa. Questa dei 5 centesimi sarà anche un risultato logico matematico di un calcolo preciso ma assomiglia anche all’ipotetica pubblicità dell’UCCS Ufficio Complicazioni Cose Semplici. Dov’è? In giro, dove meno te l’aspetti. L’altro giorno un signore si avvicina alla colonnina del parcheggio e legge le istruzioni: prima ora 1 euro e 05, pagamento minimo un’ora. Dalla seconda ora 2 euro e 10. E parlando con la colonnina come si farebbe a teatro quel signore borbotta: non ho moneta, dimmi che vuoi due euro e siamo liberi tutti. Una monetina che complica la vita.
Fabrizio Binacchifab

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