
Riad ci riprova. Butta sul tavolo fiches foderate di velluto diplomatico, offre due settimane di tregua, parla di pace con la stessa facilità con cui si spolvera la sabbia dai tappeti. Ma nel vicolo cieco dello Yemen, dove la logica dell’Occidente si schianta regolarmente contro la pietraia del fanatismo, nessuno si fa illusioni. Meno che mai gli Houthi. Guardano l’offerta dall’alto delle loro montagne di fango e kalashnikov, stringono gli occhi e dicono di no con la testa, con quel loro scetticismo feroce, intriso di un disprezzo antico per tutto ciò che puzza di compromesso o di calcolo saudita. Sanno benissimo che due settimane non sono la pace; sono solo il tempo necessario al boia per affilare la scure, o per contare i barili di petrolio che ancora riescono a passare.
Intanto, nel mezzo di questa commedia dell’assurdo che chiamiamo geopolitica, c’è chi non può permettersi il lusso delle parole vuote. La missione europea Aspides ha innalzato l’allerta. I nostri marinai, i nostri soldati, galleggiano su quel pezzo di mare d’inferno che è il Mar Rosso, con gli occhi incollati ai radar e il dito sul grilletto. Perché là fuori non ci sono diplomatici in doppiopetto, ci sono droni imbottiti di tritolo e barchini pirata pronti a farsi saltare in aria in nome di una guerra santa che non ammette quartiere. Mentre Riad offre tregue di carta, l’Europa si sveglia con il fiato corto, stringendo i denti dentro scafi d’acciaio, consapevole che la prossima esplosione potrebbe non dare il tempo di firmare nessun trattato.
Giuseppe Basilico

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