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Se il Campiello fosse davvero dialogo tra letteratura e impresa

di Giuseppe Mele | 15 Giugno 2014

A noi piacerebbe che l’editoria, anche per il bene dei posti di lavoro, si facesse industriale e digitalizzata, pensata per vendere almeno su scala continentale europea, con testi allo start in 20 lingue, magari diversamente adattati.

Parterre-586x390Molte nuove rattristano e abbattono gli italiani che non credono più che il paese loro. Restano poco tempo ed energie per dare retta ai litigi tra letterati e uomini di cultura. Litigi che puntuali si avvicinano con la bella stagione che porta con sé i premi letterari. Il premio per eccellenza al teatro, l’Ubu, è stato dato al Valle occupato, quello per la canzonetta di Sanremo consegnato ad un essere orrido, un Tersite femmina che vomita bestemmie. Non meraviglia che l’augusto Premio Campiello venga affidato per la seconda volta alla coppia Geppi – Marcorè. La nomenklatura giornalistica, con Vespa, era stata in precedenza sommersa di critiche per eccesso di galantiera e di insensibilità sulla tematica romanzata dei call center. Marcorè porterà gli avanzi dell’era dandiniana Rai3, ormai scioltisi nell’ipocrita democristiana voglia di partecipare all’istituzionalità della prima serata. La seconda, più genuinamente rappresenterà la maggioranza popolare, che come è noto non legge e considera un po’ strani i 7 milioni di lettori italiani. il suo sarà un punto di vista profondo, interiore, quali le problematiche idraulicointestinali particolarmente noiose durante le diete. Modererà la superbia che si incontra nelle manifestazioni letterarie, grazie alla naturale vulgaritas regionale. Non mancheranno sul palco, macchiette e sketch dialettali tra scoperte di parentele e reincontri tra paesani, per l’orrore del pubblico in sala e la delizia di quello a casa. E forse aumenterà lo share, chissà. La Confindustria Veneto, cui va dato il merito di organizzare e finanziare da 52 anni il premio, tace e tollera. Anch’essa, come il resto della regione, si è trovata costretta a sostenere i nuovi giovani tronfi e vacui di governo, nella speranza di un improbabile calo fiscale. E tutto il resto viene di conseguenza. Teoricamente il Campiello dovrebbe essere luogo di incontro tra impresa e cultura. Invece si ignorano. Tanti degli autori lavorano, anche in posti di responsabilità nelle imprese e quando scrivono vogliono evadere, trattare di un’Inghilterra ottocentesca immaginaria o di un pittore francese del Seicento. Altri vogliono scalare le classifiche e devono scegliere temi di moda: la donna in rivolta contro la violenza, il magistrato vittima del terrorismo e l’inesauribile antinazismo. Un’enorme filone del romanzo americano si ambienta negli studi di avvocati e nelle corti processuali. Li racconta, nel bene e nel male, in profondità rivelando l’assurdità di un sistema giudiziario, che. come ricordava la Fallaci, pur non essendo politicamente guidato come il nostro, non per questo non è meno tremendo. Quello italiano non riesce proprio ad essere onesto intellettualmente. Deve tratteggiare il togato come un santo. Non può fare a meno di collegare il santo al nonno, operaio comunista, ucciso dai fascisti. Né di collegare i fascisti al terrorismo rosso. Tesi trinariciuta del pci del tempo che fu, nel tempo abbandonata anche dai Baffini. Non parliamo poi della storia della saga tedesca che da hitleriana si trasforma in moderna vicenda palazzinara italiana. E’ vero che con il 22% dei laureati under34 , l’Italia è ultima per istruzione in Europa. Non ha però l’anello al naso. Anche avesse voglia, non leggerebbe simili elucubrazioni didattico fantasiose, dove il meglio coincide con i problemi psicologici degli autori. Questi si adeguano per un po’ di notorietà (e ospitalità presso le grandi società editrici) che è vanagloria, estranea a profitto e mercato. Non fanno soldi. Meno di 10 gli scrittori che vivono del 5% del prezzo di copertina dei diritti d’autore: 3 giallisti sopra le 100mila copie e 7 grandi autori sulle 25mila. Una grande casa editrice è soddisfatta di vendere 7mila copie e considera il minimo le 2-3mila, livello al quale l’autore incasserebbe 2400 euro lordi. Non a caso le classsifiche dei libri non riportano i dati del numero delle copie vendute. Farebbero tutti una figura peregrina. Questo però è l’unico mercato dove il consumatore ha sempre torto, dove la sua preferenza viene censurata. Motivo è l’interpretazione didattica della lettura che vorrebbe che si leggesse per indottrinamento. Mentre avanza il digitale, lo status quo premia solo i grandi gruppi presenti in tutta la filiera che del prezzo di copertina possono cogliere il 30% della libreria;il 15% del distributore, il 10% di promozione, il 5% di servizio di deposito, il 40% dell’editore, il 20% dello stampatore (al netto del 4% di Iva e del 5% dell’autore). I big lanciano sul mercato il più alto numero di libri possibile (una volta rispettata la censura preventiva dei temi) perché solo dalla quantità e da altri accessori di corredo vengono gli utili. Industriali, letterati e uomini di cultura, dunque, ripetono che, malgrado tutti i dati, hanno fiducia nel governo democratico. In coro criticano Cavallero di Mondadori Trade, perché osa dire l’ovvio (“gli editori non hanno il compito di educare, ma di vendere”) e assolvono così all’obbligo antiberlusconiano. Poi si accapigliano. Chi vuole più soldi per il Centro per il Libro e la Lettura cui il ministero dà meno di un milione quando i francesi ne danno 42 al Centre National du Livre. Chi vuole sostegno alle librerie indipendenti finanziate in Francia per 9 milioni. Chi vuole piani di alfabetizzazione culturale coordinati con scuola e università. Chi difende le Fiere (a Torino c’era più gente quest’anno, ca l’8% in più). Chi vuole i piccoli gruppi militanti di lotta della lettura.Chi vorrebbe trattare delle migliaia di biblioteche; chi degli e-book e della lettura on-line, che in quanto software soffrono dell’Iva al 22%. A noi piacerebbe che l’editoria, anche per il bene dei posti di lavoro, si facesse industriale e digitalizzata, pensata per vendere almeno su scala continentale europea, con testi allo start in 20 lingue, magari diversamente adattati. Piacerebbe che le storie, le trame, le fiction scambiassero, di volta in volta, le parti tra santi e diavoli, come è nella realtà. Piacerebbe che la maggiore catena libraria cambiasse dalle sue insegne il nome, evocante un terrorista incapace viziato. Piacerebbe che tornasse l’opera su commissione. Così al Campiello l’impresa potrebbe ottenere volumi sulle sue storie, sui suoi successi, sulle sue invenzioni e su i suoi drammi. Lo scrittore ingaggiato sarebbe sicuro del compenso. Confindustria comprerebbe uno stock di opere detraendole fiscalmente per pubblicità. I 400mila politici o coinvolti in politica avrebbero occasione a gratis di leggere di cose che non conoscono. Marcorè, da Alberto Lupo minore tornerebbe ai suoi sceneggiati e la Geppi a doppiare pesci sardi che sguazzano tra l’acqua che fa perdere acqua. Gli italiani eviterebbero la sorte degli ebrei di due secoli fa obbligati a pagare i catechismi che dovevano poi dimostrare di avere anche letto.

Pubblicato in : Primo piano

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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