A scuola di agricoltura, guidati da Heidi. Reimparare la campagna seguendo i modelli dei cartoni animati, come Heidi appunto, magari giocando con fiori e animali. E ascoltando il contadino e ti racconta le stagioni della semina o i mesi del raccolto. Insegnamenti una volta automatici nelle famiglie patriarcali delle nostre campagne, ora spariti, di fatto. Fattorie didattiche indispensabili per formare un cittadino completo, e non è un paradosso. Riconoscere i fiori dalle erbe, una bietola da una zucca e una gallina da una faraona, divertendosi in campagna, non è solo un obiettivo meritorio delle Fattorie didattiche ma dovrebbe essere anche e contemporaneamente uno degli scopi integrati della formazione scolastica. La concentrazione urbana, lo spopolamento delle campagne, l’abbandono di forme di coltivazioni e di allevamenti, che solo fino a 30 o quaranta anni fa erano molto più diffusi nel nostro Paese e nelle nostre regioni in particolare, hanno determinato una sorta di ignoranza indotta, e ovviamente incolpevele, per le generazioni di bambini e ragazzi con data di nascita tra il 1970 e la fine degli anni novanta. Cioè quando si è scoperto, facendo ricerche in molte scuole medie e superiori, che molti bambini e ragazzi non sapevano disegnare una gallina viva o cosa mangiava un maiale. E quindi si è cominciato a porre rimedio ad un buco di educazione alla campagna e rischiava di diventare socialmente imbarazzante. Arrivavano all’università giovani baldanzosi che si affacciavano magari a facoltà di ingegneria del territorio e dell’ambiente senza aver mai visto da vicino una zolla di terra arata o una operazione di semina, o aver incontrato un agricoltore in vita loro. Sull’altro fronte intere generazioni di ragazzi sono cresciute guardando in televisione documentari sulla natura, spesso di altri continenti, arrivando a sapere quasi tutto di iguane, coccodrilli, palme e leoni, e niente di mucche, pecore, galline, anatre, frumento, barbabietole, uva, lepri. Forza della comunicazione esotica, lacune della formazione nostrana. Televisione, amministrazioni e scuole possono fare parecchio al riguardo. Quanto potrebbero fare le istituzioni e la politica per creare una nuova cultura verde che non sia solo quella del divieto ma della conoscenza integrata. Che non decanti e de-sogni il Chianti o la Val d’Agri per luoghi comuni ma per iniziative e realtà vere, vissute, patrimonio di tutti. Doveri della scuola e occasioni aggiunte anche per molte strutture agricole, che accanto alle forme di agriturismo tradizionali, cioè svago e relax, potrebbero sviluppare comparti di educazione alla storia e alla vita agricola. Sacrosanto portare in gita i ragazzi per monumenti e necropoli, città straniere e teatri, piazze e musei, persino nelle miniere naturali dell’Isola del Giglio, altrettanto opportuno prevedere escursioni educative in corti e fattorie, spiegando cos’è una stalla e a cosa serve una mucca. Per evitare di sentire dire in una aula di facoltà che il latte nasce dalla polvere. Di latte. E che il vitellino lo porta la cicogna. Anche ad agraria.
Fabrizio Binacchi www.virgola1.splinder.com

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