I dati non sono belli. Dicono gli osservatori economici che il peggio deve ancora arrivare. Al di là certi ottimismi di maniera e di certe riflessioni basate sulle impressioni empiriche tipo “ma i ristoranti sono pieni”, ma “guarda quanti vanni a fare l’aperitivo”, molti indicatori segnano il prossimo 2011 come un anno alquanto critico. Nel senso che continueranno ad aumentare le chiusura di aziende piccole e medie, che continuerà ad aumentare la disoccupazione, che continueranno ad aumentare i gli eserciti dei ragazzi 18-25 anni che non studiano e non lavorano. Non fanno niente, e non cercano nemmeno. Aumenta la fascia di quelli che considerano scontato essere in-attivi. Non lo cercano non perché non hanno voglia ma perché è inutile. Perché tanto non trovano o non troverebbero. Fanno abbastanza ridere quindi certi istogrammi e certi grafici di andamenti -tutto sommato tendenzialmente incoraggianti o di tenuta di questo o di quel settore- solo perché si restringere l’analisi a pochi mesi o a un riferimento parziale. Il fatto sostanziale è che l’economia non tira ancora, che non c’è domanda sufficiente, che non ci sono risorse disponibili immediatamente per la crescita e che se si perde un altro anno: La velleità di fissare nel 2013 un anno di inversione di tendenza diventa imbarazzante fallimento. Draghi non le manda a dire: siamo indietro di nove anni. Tremonti cerca di tenere il punto ma le condizioni sono quelle che sono, pessime.
Un centro studi di una importante organizzazione economica ha elaborato indicatori per una conferenza che si terrà a metà novembre. Li ho visti in anteprima. Da rabbrividire. Purtroppo per embargo (necessità di riservatezza preventiva) non posso entrare nel dettaglio. Ma è necessario entrare nel dettaglio? Basta vedere le cronache, le interviste, gli elenchi dei protesti. Delocalizzazioni, chiusure, sospensioni di attività, cambio di strategie sono pane quotidiano dell’agenda della crisi. E intanto che si fa? Chi può rispondere davvero? Ho visto un capitano d’industria che dalla provincia italiana ha invaso mezzo mondo con le sue piastrelle e mattonelle. Adesso mi ha confidato. “Sa che non riesco a capire da dove derivi la crisi anche nel mio settore. Se dalla crisi che c’è davvero o dal fatto che mio nipote ha tolto dalle confezioni tutti i numeri di telefono e ha messo solo indirizzi internet. Non sentendo più nessuno e guardando solo su internet non riesco più ad avere il polso della situazione” . Misteri della tecnologia e misteri della crisi. Sta finendo un 2010 che volevano presentare come un anno della riscossa e invece l’unica riscossa europea vera abita in Germania e quella mondiale sta in Cina. Un collega è tornato da Shanghai e mi ha confermato sconsolato: “Non è che i cinesi ci hanno sorpassato e li stiamo faticosamente inseguendo. No, quelli, non li vediamo proprio più. Cosa vai a dire di sensato a un nostro produttore se lì, a Shangai, in 20 ore ti prendono le misure e ti fanno una giacca di cachemire e la paghi il corrispettivo di 60 euro”. Sconsolati. Ma reattivi? Pare di no. Non potremo consolarci dietro le solite espressioni dei ristoranti pieni o dei viaggi confermati perché il virus dell’impoverimento sta prendendo strade più sotterranee che potrebbero sgorgare improvvisamente là e qua, dicono sottovoce alcuni sociologi. Non sarebbe male cominciare a riempire questi sessanta giorni che ci separano dall’inizio, formale, del 2011 a fare un scaletta sincera e realistica (ma la politica al momento non sembra contemplare queste espressioni “sincera” e “realistica”) delle prime 5 cose da fare . Di buonsenso. Prima che sia troppo tardi. Per l’Europa, ma soprattutto per noi.
Fabrizio Binacchi www.virgola1.splinder.com

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