Il sentimento di disponibilità al progetto bellico, nella sua formulazione di insopprimibile disagio esistenziale e di slancio vitale verso il cambiamento, è una condizione mentale che in molti casi precede le considerazioni di politica interna e di strategia internazionale legate al sogno risorgimentale. Almeno per una determinata classe di giovani intellettuali e sia pure con radicamento in presupposti culturali diversi, la conflagrazione europea non è vista solo come possibile esito e completamento di un disegno storico, ma anche come auspicabile interruzione di uno stato di stagnazione profonda e di dispersione degli ideali. Croce riassumerà a posteriori la temperie di quegli anni cruciali immediatamente precedenti il conflitto, nei termini di una montante “ribellione contro la ideologia democratica“: ora coniugata nei termini del sentimento nazionalista in cerca di un’impossibile restaurazione, ora volta ad una rivendicazione di classe di stampo socialista. Dalle pagine del Regno, palestra di battaglie politiche per nazionalisti e giovani liberali, si condanna già da tempo l’inerzia della classe politica: e mentre Prezzolini consiglia contro il proletariato l’uso della “mitraglia”, l’economista e filosofo Vilfredo Pareto svolge amare considerazioni sulla avanzante decadenza della classe borghese. Ma è soprattutto Corradini, fondatore della rivista fiorentina nel 1903, a esaltare le sensazioni estetiche prodotte dalla guerra fomentatrice di un’aggressività a cui devono sottomettersi le moltitudini inconsapevoli, previa accettazione di una volontà superiore.
E’ chiaro che gli scrittori partiti volontari, così come quelli poi mobilitati, diversamente dal soldato che si trasforma in autore per testimoniare la sua tragica esperienza in un diario senza intenti letterari, elaborano una riflessione tanto più profonda quanto più marcato è il divario fra lo stato d’animo iniziale, vale a dire la spasmodica adesione alla guerra, e i mutamenti interiori originati dall’impatto con la realtà del fronte e con la vita della trincea. In questo senso emblematico è il percorso di Corrado Alvaro (San Luca di Reggio Calabria 1895-Roma 1956), costellato di punti di riferimento che chiariscono, attraverso tutta l’opera, l’atteggiarsi dello spirito, ma insieme anche della poetica e dello stile, di uno scrittore fra i maggiori della sua epoca a partire da una terra, la Calabria, avara di beni e ricca di talenti spesso affermatisi a stento.
Dalle ispirate pagine del Viaggio (1917), contenente il gruppo compatto delle Poesie grigioverdi, fino al romanzo Vent’anni pubblicato nel 1930, un tragitto si compie che porta Alvaro da un estetismo d’impronta dannunziana, segnato da echi di decadentismo, ad un particolare realismo utopico e magico, in cui la lezione di Verga risente degli influssi provenienti dall’esperienza acquisita in varie città europee e da autori come Joyce, Proust, oltre che dai grandi romanzieri russi. Se nelle Poesie grigioverdi, cadenzate sui tempi di marcia come alcune composizioni di Jahier, il dato storico si trasfigura in una dimensione quasi favolistica, già in versi come quelli di Ballata in cerca di padrone è struggente il senso di inappartenenza del giovane soldato: “Come i bambini dietro una fanfara,/così contento e giulivo marciava./Ma il mondo è grande e nessuno s’è accorto/che per l’amor di tutti sarei morto,/per pagare le colpe di nessuno.//Amor deluso, nessuno ti vuole,/né il tuo paese dal troppo sole/né la gente che tu seguisti puro….” per finire poi con l’interrogativo implicito nel titolo:”Buona gente per servo chi mi vuole?”.
Presto sprovincializzato rispetto alla terra d’origine e già distaccato dall’iniziale vocazione al canto popolare, Alvaro mostra una mentalità aperta e cosmopolita, partecipando ai diversi movimenti culturali (spesso coagulati attorno a riviste come 900 o Il Mondo sotto la direzione di Amendola, per il quale coprirà il ruolo di corrispondente da Parigi) che hanno caratterizzato il frastagliato panorama novecentesco. A Berlino, dove si era rifugiato per eludere la stretta fascista sulla libertà di espressione, inizia la stesura di due testi fondamentali: Gente di Aspromonte, la raccolta di racconti che gli ha dato notorietà, e Vent’anni, romanzo sulla vita al fronte che non è fatto solo di intreccio, ambientazione e vicenda, ma rappresenta il documento, offerto a distanza di quindici anni passati non invano, dello stato d’animo collettivo a fronte di un evento epocale per tutti gli italiani. Della sua esperienza Alvaro, ferito alle braccia durante un’offensiva sul Carso, dà una lettura, ovvero un’interpretazione, a stretta misura d’uomo, mettendo a fuoco il rapporto che si crea tra individuo e fatto storico, ma soprattutto valutando l’incidenza oggettiva che quel rapporto può avere sull’humanitas dell’elemento più debole. La guerra è per l’autore “la quintessenza della fatica umana primitiva” e dunque il contadino, o il pastore, che vede in essa una diversa formulazione della sua perpetua e quotidiana condanna al lavoro pesante e solitario, mostra maggiore resistenza e si rassegna con la capacità di adattamento che gli è propria: questa figura è evocata dall’allievo ufficiale Luca Fabio, la cui provenienza dal mondo rurale calabrese avvalora il piglio fiero e l’innato fatalismo. A fronte del commilitone, l’amico fiorentino Attilio Bandi, di più elevata origine e formazione, sente più gravemente il trauma della guerra, in quanto essa vanifica ogni prerogativa culturale o privilegio borghese, e mostra l’inconsistenza di sovrastrutture che parevano indistruttibili. La regressione al puro dato biologico che l’evento bellico comporta, riduce l’uomo in condizioni di una diversa, ma non meno cogente schiavitù. E tuttavia i destini non sono uguali, anche se amaramente sembra esserlo il punto di partenza, così chiarito da Alvaro nel sesto capitolo del romanzo: “Noi non siamo mai stati ragazzi, né giovani, né felici. Noi siamo nati in un tempo in cui era vergogna essere soldato, pena essere uomo, miseria essere italiano.” Diversi sono i destini perché il più fragile dei due, Attilio, muore sotto gli occhi del compagno che prima aveva tentato di fugare le sue paure e poi aveva cercato di proteggerlo, in una scena dai particolari strazianti:“I suoi movimenti erano rigidi come quelli di un automa. Sulla fronte scoperta vide spicciargli un fiotto di sangue che ora lo accecava; ma seguitava ad andare avanti, sebbene un poco obliquo, come un congegno di cui si fosse rotta una molla. Marciava, morto, volontà occulta, ultimo pensiero del cervello colpito” .
Su questo testo Alvaro tornerà nuovamente, come si legge in una nota che accompagna l’edizione riveduta del 1953, marcandone la distanza, cronologica e di costume, con la mentalità e l’atmosfera del secondo dopoguerra. L’autore definisce la propria opera “un libro [che] si ripresenta al lettore come ricordo di un’altra civiltà” quasi un punto di non ritorno che risalta nell’immagine, simile ad un fotogramma, dei soldati che dalletrincee del basso Isonzo vedevano talvolta alla sera accendersi le luci nelle piazze di Trieste dove risuonava la musica. In città si udiva il crepitare della fucileria ma nessun proiettile arrivava a turbare la vita quotidiana. Intanto i soldati vivevano tra il fango e i pidocchi, con quel poco cibo che l’intendenza passava, e la morte di molti serviva a non “scomodare la vita della popolazione civile, considerata sacra, perché disarmata”.
Nello stilare un profilo di Corrado Alvaro per l’edizione delle Opere pubblicate da Bompiani Geno Pampaloni sceglie di connotare il romanzo Vent’anni introducendo la felice definizione di “una vicenda di giovinezza e di deriva”. Stagione tragica e passeggera, per chi torna; stagione ultima per chi perde la vita, per lo scrittore Alvaro si tratta di una realtà affrontata con l’impeto proprio dell’età giovanile, attraversata in fretta e rimasta lungamente nella memoria per poi approdare ad una riflessione amara: “Il nostro regno non verrà mai. E’ necessario che noi siamo esistiti, e siano esistiti quelli duri a soffrire e a morire, perché il mondo inorgoglisca d’essere stato capace di tanto”.
Giuliana Rovetta
BIBLIOGRAFIA
C.Alvaro, Il Viaggio, Brescia, Morcelliana,1942.
C.Alvaro, Vent’anni, Milano, Treves, 1930; poi Milano, Bompiani, 1953.
C.Alvaro, Gente in Aspromonte, Firenze, Le Monnier, 1930.
M.Abbate, La filosofia di B.Croce e la crisi della società italiana, Torino, Einaudi, 1967.
V.Pareto, Perché?, in Il Regno, I,13, 1904.
G.Prezzolini, Tutta la guerra: antologia del popolo italiano sul fronte e nel paese, Firenze,
Bemporad, 1918; poi Milano, Longanesi, 1968.
G.Pampaloni, Poeta dei segreti, in C.Alvaro Opere. Romanzi e racconti, Bologna, Bompiani, 1990.
V.Paladino, L’opera di C.Alvaro, Firenze, Le Monnier, 1968.

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